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Gentiloni, un estremista senza fegato ossessionato da Berlusconi

(Giancarlo Perna per La Verità) – Sapiente più di un conclave, Sergio Mattarella, ha alternato sul seggio di Palazzo Chigi una gatta morta a un tarantolato. Far succedere Paolo Gentiloni a Matteo Renzi è stato un colpo di genio del presidente. Dio lo conservi. Con l’ arrivo del sonnambulo romano, i nostri nervi, già tesi allo spasmo dai preannunci dell’ urlatore fiorentino, hanno ripreso i ritmi lenti della democristianità.

Gentiloni è il classico incendiario che finisce pompiere. Ha un truce passato da caporione del movimento studentesco, tutto botte e proclami. Oggi però è un cordiale borghesotto del Pd, amante del tennis, dei cibi di prossimità, vini dop, frutta bio e compagnia. Agli italiani questo sessantaduenne con palazzetto nobiliare nel centro di Roma, da quattro mesi al timone, è piaciuto soprattutto all’ inizio per il velo soporifero che ha steso sul Paese.

La cosa, coincidendo coi mesi invernali, ha avuto l’ effetto di un caldo bozzolo dentro cui la comunità nazionale si è ripresa dagli eccessi renziani. Adesso, tuttavia – se tasto bene il polso – Gentiloni, con l’ andar troppo a tentoni, si avvicina al benservito, per avere ormai stufato.

La politica economica del suo governo, proseguendo quella di Renzi ma accentuandone i difetti, è una pura redistribuzione della ricchezza che c’ è. Sempre e soltanto quella.

Ora si progetta di far sopravvivere i più poveri prendendo i soldi dalle tasche di statali e pensionati ai quali, dopo il blocco della scala mobile, saranno estorti i «contributi di solidarietà». Si è invece rinunciato al rilancio del Paese e al calo delle imposte, continuando a proclamare il contrario. Con questo, è detto l’ essenziale su ciò che ci aspetta nei prossimi mesi. Poi, verranno le stangate d’ autunno, pretese dall’ Ue.

Manicheo di natura

Che tipo è Gentiloni? Al nocciolo, un estremista senza coraggio che si rifugia nella moderazione per non rischiare. Di natura è manicheo -bianco e nero, buono e cattivo -, di carattere è però rinunciatario. Appena capisce che è andato oltre, si ritira con la coda tra le gambe. Il tipo è ormai chiaro, poiché da due anni e mezzo, lo abbiamo davanti. Prima come ministro degli Esteri, dall’ ottobre 2014, poi come premier dal dicembre 2016.

È la contraddittorietà fatta persona. La logica delle sue dichiarazioni è al di sotto dei test Invalsi per le medie. Paolino va specialmente in paranoia quando parla di islam, tema che alla Farnesina ha dovuto toccare spesso. Un giorno, dopo un abituale eccidio di cristiani, ha dichiarato all’ Avvenire: «I cristiani sotto attacco sono un’ emergenza drammatica… bla, bla Ma guai a criminalizzare l’ islam, è tempo di dialogo bla, bla…». Sembra il «parli come badi» di Totò. Tuttavia fa meno ridere, tenuto conto che i musulmani uccidono un cristiano ogni cinque minuti da qualche parte del globo.

La figuraccia con Israele

Un’ altra volta, durante un convegno internazionale, gli uscì un liberatorio: «Ci sono rischi di infiltrazioni anche notevoli di terroristi dall’ immigrazione». Un’ ovvietà che, però, fece storcere le boccucce dei mondialisti riuniti nella sala. Meno di un’ ora dopo, impressionato dalla reazione, il pavido Paolino rettificò: «Nessun Paese democratico può avallare alcuna confusione tra fenomeni migratori e terroristici». Ripeto: un’ ora dopo. Poi, pur di farsi perdonare, si umiliò al punto da prendersela con sé stesso: «Diffondere l’ idea (come aveva fatto lui, ndr) che dietro i barconi di disperati si annida il terrorista col kalashnikov sarebbe un errore culturale oltre che improbabile dal punto di vista tecnico». Non un cuore di leone, insomma.

Bruttina pure la figura antisionista rimediata mesi fa, poco prima di lasciare il ministero degli Esteri per il premierato. Di fronte a una risoluzione Unesco, che dava del brigante a Israele e ne negava i legami coi luoghi santi di Gerusalemme (Muro del pianto, ecc., che il documento per sfregio citava in arabo), la diplomazia italiana, anziché respingerlo come avevano fatto Usa, Germania, Gran Bretagna, si astenne. Saputolo, l’ allora capo del governo, Renzi, fece un liscio e busso al ministro che balbettò: «Si è sempre fatto così». Reazione da pirla, riscattata però dalla promessa: «Se ricapita, voteremo contro». Vi sarà chiaro, penso, lo spessore dell’ uomo e la profondità delle sue convinzioni.

Moralista Avventato

Una caratteristica sorprendente, in un tipo così letargico come Gentiloni, è l’ odio politico. La sua immarcescibile antipatia è riservata al Berlusca. Probabilmente, gioca l’ idiosincrasia del placido romano verso lo sgomitante bauscia meneghino.

O, forse, il moralismo di fondo del Paolino – sposo fedele da trent’ anni del grazioso architetto Emanuela Mauro – che mal sopporta la boccaccesca vecchiaia del Cav. Sta di fatto che, come può, gli pianta una grana.

Non più di due settimane fa, ha perfino deciso di schierare la presidenza del Consiglio parte civile nel processo Ruby ter. Si tratta, come noto, dell’ ennesimo rimestamento sulle faccende di letto del Cav, vecchie di sette anni. Quindi, ai pm che ne chiedono la galera, si aggiunge ora Gentiloni che vuole dal Berlusca, in nome e conto di Palazzo Chigi, un congruo risarcimento per averne disonorate le mura con la sua presenza. Con tutto ciò che succede dietro quelle pareti, la faccenda è più che grottesca e Paolino poteva risparmiarsela. Ma è sempre stato di animo piccino.

Iniziative Infelici

Nel 2010, lo ricordo bene poiché ci scrivevo, denunciò Il Giornale al Garante delle comunicazioni. Udite il perché: sosteneva il Berlusca. «Gioca un ruolo sistematico – scriveva Gentiloni, allora responsabile pd per i media – di sostegno del premier con attacchi alle posizioni dei politici avversari. Perciò si chiede a codesta autorità di aprire un’ istruttoria». Roba da Minculpop, mai sentita prima, oltreché la scoperta dell’ acqua calda, essendo Il Giornale dei Berlusconi, di centrodestra dalla fondazione e liberissimo di esserlo.

La cosa non ebbe seguito e confermò l’ appartenenza di Gentiloni alle terze file della politica.

Anche quell’ infelice iniziativa va ricondotta alle sue frustrazioni. Infatti, tre anni prima, da ministro delle Comunicazioni del secondo governo Prodi, aveva tentato una riforma del sistema tv per bastonare Mediaset. La legge, osteggiata anche dalle sinistre, non passò. Sembrava il ridimensionamento di una comparsa che aveva già ottenuto troppo.

Il fatto che ora ce lo ritroviamo premier, dà la misura della decadenza nazionale. Per di più, che neppure sfiguri di fronte ai predecessori immediati, compreso il Berlusca nella fase finale, è l’ amara conferma di un dramma in corso.

Deve tutto a Rutelli

Ho accennato ai debutti di Gentiloni come leader del movimento di Mario Capanna. Aderì poi ai maoisti e a unità proletaria. Lottando, si legò al rotondo Ermete Realacci e all’ allampanato Chicco Testa. Il primo lo avvicinò alle delizie del lardo di Colonnata, il secondo al tennis. Era un promettente giro romano che presto affondò le mani nel potere. Grazie a Chicco, Paolino diresse Nuova Ecologia, mensile di Legambiente, e diventò giornalista professionista.

Il babà alla crema della cerchia era Rutelli, in procinto di approdare al Campidoglio. Ne nacque un sodalizio cui Paolino deve tutto. Cicciobello lo fece portavoce, assessore e deputato della Margherita, partito neo dc che fondarono insieme. Anni dopo, s’ intrufolò anche Renzi. Così, mentre Rutelli spariva, Gentiloni ebbe una nuova spalla su cui appollaiarsi.

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