Cronaca/Interno/Politica

Domanda inutile: perché il portavoce di Renzi lo paghiamo noi?

(Paolo Madron – lettera43.it) – Portare la voce altrui è un mestiere di per sé molto difficile. Ancora di più se la voce in questione è di quelle tonitruanti, come potrebbe essere per un Berlusconi o di un Renzi. Voci per le quali bisogna essere all’altezza del ruolo, perché devi capire quando il capo vuole alzare o abbassare i toni, perché bisogna fare i conti con personalità umorali e narcise che si adontano quando non trovano piena corrispondenza in chi li rappresenta. In questi casi, è un attimo perché il portavoce si trasformi in un reietto portacroce.

QUANTO TUTTO VA STORTO IL COMPITO È INGRATO. Prendi il caso dell’ex premier. Quando conquistò la leadership del Pd decise di affidare al paciosamente astuto Filippo Sensi l’ingrato ruolo, e glielo confermò una volta diventato inquilino di Palazzo Chigi. Naturalmente quando le cose vanno bene, ovvero si vincono le elezioni europee col 41% dei voti, far sentire la voce del padrone è mestiere assai semplice, visto che si crea intorno una moltitudine di zelanti accoliti che la sentono prima ancora che egli proferisca verbo. Ma è quando cambia il vento e tutto comincia ad andare storto che il compito si fa ingrato.

ANZALDI AL POSTO DI SENSI DOPO LE SCONFITTE. Questo spiega perché, perso rovinosamente il referendum, Matteo Renzi abbia cambiato cavallo. Via Sensi, la cui flemma mal si addiceva alla durezza dello scontro, dentro Michele Anzaldi, ruspante palermitano nato giornalista ambientalista e finito parlamentare della Repubblica, con in mezzo molteplici esperienze che vanno dalla redazione di Milano, Italia gestione Riotta (di cui è cognato) alla responsabilità dell’ufficio stampa del comune di Roma, gestione Rutelli.

Fino al marzo scorso, quando Anzaldi è diventato tecnicamente il portavoce della mozione Renzi che concorre alle primarie del Partito democratico. Sempre tecnicamente, ha dunque cambiato mestiere: non è più il rappresentante dei cittadini che lo hanno eletto alla Camera nella circoscrizione XI Emilia Romagna ma un dipendente al servizio dell’ex presidente del Consiglio. Sensibilità vorrebbe che Anzaldi si dimettesse da deputato e il suo stipendio glielo pagasse Renzi o la Fondazione Open, quella che gli ha fatto da polmone finanziario per sostenere, lui che parlamentare non è, la sua irresistibile ascesa al vertice del partito e poi del Paese.

IL PRECEDENTE DI BONAIUTI. Ad Anzaldi deve aver sfiorato il pensiero, se è vero che all’indomani dell’investitura ha velatamente palesato l’ipotesi. Salvo subito ricordarsi che altri nella sua stessa posizione si sono ben guardati dal farlo. Tipo il desaparecido Paolino Bonaiuti, che per anni ha portato la voce di Silvio Berlusconi con tanto di stipendio a carico dei contribuenti italiani. In questo, per la verità, il Cav resta un esempio inarrivabile, visto che oltre allo spin doctor aveva messo in conto spese del parlamento anche i gli avvocati che lo hanno difeso nella sua interminabile guerra con la Giustizia.

VINCE ANCORA IL ‘COSÌ FAN TUTTI’. Anzaldi quindi può giustamente far valere i precedenti e tenere il piede in due scarpe. Alla sterile indignazione è dunque preferibile la serena rassegnazione al fatto che in Italia l’affacciarsi di un pensiero virtuoso viene subito soffocato dalla folta ed esemplare letteratura del così fan tutti.

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