Cronaca, Interno, Politica

È un governo a sua insaputa: scarica Cantone, poi si pente

(di Stefano Feltri – Il Fatto Quotidiano) – Ora è evidente: il governo Gentiloni non è in grado di prendere decisioni autonome, basta un cambio di umore di Matteo Renzi per ribaltare decisioni già approvate e firmate dal Quirinale. Il caos che si è consumato ieri intorno ai poteri dell’Autorità anti-corruzione (Anac) di Raffaele Cantone lo dimostra. La vicenda sembra burocratica, ma è di sostanza.

Un anno fa il governo Renzi introduce il nuovo codice degli appalti, con norme severissime per prevenire la corruzione nelle gare. Tra queste viene dato all’Anac il potere di imporre agli enti pubblici che bandiscono gare, di correggere le procedure considerate anche soltanto sospette, altrimenti il dirigente rischia fino a 25.000 euro di multa. Molti giuristi e il Consiglio di Stato hanno sollevato obiezioni: l’Anac è un’autorità amministrativa, se trova irregolarità le contesta e al massimo le manda in Procura, non può dare ordini a tutta la Pubblica amministrazione. Ma era ancora la fase in cui Cantone era il campione di Matteo Renzi nella lotta alla burocrazia, e tutto era consentito.

Il codice degli appalti poi si è rivelato un po’ troppo asfissiante, anche perché pieno di errori, ed è iniziata una discussione su come modificarlo, con una delega al governo. Tra le tante variazioni, nel decreto che modifica il codice ce ne sono una serie che sembrano avere il solo scopo di preservare un po’ di spesa clientelare: per una serie di gare resta la possibilità dell’appalto “integrato”, in cui lo stesso soggetto progetta ed esegue i lavori (con la tentazione di far lievitare i costi), sotto i 40.000 euro si possono assegnare contratti senza gara, senza chiedere neppure due preventivi e senza giustificazione. E ancora: nelle gare fino a 2 milioni si può usare il criterio del massimo ribasso (cioè si guarda solo al prezzo, cosa che può generare cattive sorprese dopo o favorire imprese che tengono bassi i costi tagliando la qualità o riciclando denaro sporco).

E poi c’è il colpo a Cantone e all’Anac, le cui opinioni su molte modifiche sono state ignorate: via i superpoteri di intervento sulle stazioni appaltanti, peraltro mai usati da quando erano stati introdotti. C’è chi ha visto nella scelta del governo addirittura un avviso di sfratto a Cantone che nel 2014, insediandosi, aveva avvertito: “L’Anac non ha poteri. O me li date, o non ci metto la faccia”. Dopo le polemiche sui pareri relativi alle nomine dei collaboratori del sindaco Virginia Raggi, ora Cantone è alle prese con la Rai che ignora le sue censure sulle nomine illegittime e con gli strascichi dell’inchiesta Consip. L’imprenditore Alfredo Romeo, ora in carcere per aver corrotto un funzionario della Consip, la stazione principale di appalti pubblici in Italia, ha pagato per cinque mesi un contratto di consulenza all’avvocato Bruno Cantone, fratello di Raffaele. Entrambi sono stati ascoltati dai pm di Roma. Niente di irregolare, ma l’Anac è pur sempre l’autorità che vigila su appalti a cui partecipa la Romeo Gestioni.

Cantone, quindi, sembra un po’ meno intoccabile di quando c’era Renzi al potere, ma la vicenda di ieri indica soprattutto la debolezza del governo Gentiloni. Il provvedimento che toglieva i contestati superpoteri all’Anac aveva seguito una trafila trasparente, nessuna manina notturna che infila emendamenti: il ministero dei Trasporti di Graziando Delrio ha avanzato la proposta di intervenire sulla norma, c’è stata ampia discussione prima nel pre-Consiglio dei ministri e poi in Consiglio, il premier Paolo Gentiloni ha approvato e il capo dello Stato Sergio Mattarella ha firmato.

Ieri però l’Huffington Post rilancia la rabbia di Stefano Esposito e Raffaella Mariani, relatori in commissione Lavori pubblici alla Camera della riforma del codice degli appalti. Lamentano un intervento del governo non concordato. Poiché si tratta di una legge delega, il governo riceve i pareri dalle commissioni competenti ma poi ha l’ultima parola e si assume il peso politico della decisione.

Interviene subito il ministro della Giustizia Andrea Orlando, cioè uno di quelli che ha appena approvato il depotenziamento di Cantone: “Credo che il Consiglio dei ministri debba e possa fare una riflessione”. Segue una nota di Palazzo Chigi, cioè di Gentiloni: “Nessuna volontà politica di ridimensionare i poteri dell’Anac”.

Poi arriva la spiegazione di questa rapidità del governo nello sconfessare quanto appena deciso: Matteo Renzi sarebbe “irato” perché considera l’Anac una sua creatura, scrive l’Anas. E alla fine comanda sempre – e soltanto – lui.

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