Cronaca/Inchieste/Mondo

Pena di morte, storia di una questione che torna a dividere gli Usa

In Arkansas due condanne in poche ore. Non accadeva dal 2000. I favorevoli alle iniezioni letali battono ancora i contrari 49% a 42%. Ma sono scesi del 7% dal 2015. Sentenze, esecuzioni e politica: il punto.

(Stefano Graziosi  – lettera43.it) – Due condanne a morte nel giro di poche ore. Lo Stato dell’Arkansas il 25 aprile 2017 si è reso protagonista di una sequenza nello stesso giorno che non accadeva in America dal 2000. E ne ha in programma altre. Un giudice locale le aveva bloccate, sospendendo l’uso di un farmaco necessario alla preparazione dell’iniezione letale. Tuttavia una corte d’appello federale ha revocato la sentenza, ripristinandole. Si tratta di una faccenda spinosa, che riporta al centro dei riflettori una questione da sempre incandescente nella politica americana: la pena capitale.

MORATORIA NEL 1972. Attualmente risulta in vigore in 31 Stati, oltre che a livello federale. Questa prassi affondava le sue radici già nei sistemi giuridici delle 13 colonie, fin quando, nel 1972, si assistette a una svolta: attraverso la sentenza “Furman vs Georgia” la Corte suprema, presieduta allora da Earl Warren, attuò de facto una moratoria, commutando tutte le condanne a morte in ergastoli.

NO A PENE «CRUDELI». Quella sentenza non definiva la pena capitale propriamente “incostituzionale”, ma si limitava a ravvisare dei vizi nel sistema, peculiarmente legati a problematiche etniche e razziali. Il punto era allora quello di rendere compatibile l’istituto della condanna a morte con il XIV emendamento (contro le discriminazioni) e l’VIII emendamento, secondo cui non si possono infliggere «pene crudeli e inconsuete».

Arkansas Pena Morte

I condannati a morte dallo Stato dell’Arkansas ad aprile 2017.

Il verdetto dunque non abolì la pena di morte, ma costrinse fondamentalmente gli Stati a modificare i propri sistemi penali. E difatti, nel 1976, la Corte ripristinò la pena capitale, attraverso la sentenza “Gregg vs Georgia”. Anni dopo, nel 1983, Ronald Reagan dichiarò che fosse un diritto del popolo adottare la pena di morte contro i crimini particolarmente efferati, per quanto – precisava – la decisione dovesse essere comunque lasciata ai singoli Stati.

IL DEM DUBAKIS SI OPPOSE. La questione tornò alla ribalta durante la campagna elettorale per le presidenziali del 1988. Il candidato democratico Michael Dukakis fu duramente attaccato per la sua opposizione alla pena capitale. Elemento che, a detta di molti analisti, favorì enormemente il repubblicano George H. Bush, il quale vinse le elezioni di quell’anno presentando sostanzialmente l’avversario come un radicale di sinistra.

Forse anche per questo quattro anni dopo il democratico Bill Clinton si candidò con un programma securitario, in cui la difesa della pena capitale assumeva un’importanza centrale. E fu proprio Clinton che, nel 1994, siglò il Violent Crime Control and Law Enforcement Act: una legge che, tra le altre cose, disciplinava (e disciplina) le esecuzioni federali. Se un condannato risiede in uno Stato in cui non è in vigore la pena capitale, il giudice può scegliere uno Stato in cui sia in uso per attuare l’esecuzione.

NEL 1996 STRETTA BIPARTISAN. Sempre Clinton firmò, nel 1996, l’Antiterrorism and Effective Death Penalty Act: una legge approvata in modo bipartisan dal Congresso, che ribadiva nettamente la necessità della pena di morte. Una norma proposta dal repubblicano Bob Dole, sulla scia dell’attentato al World Trade Center del 1993. Ma anche George Walker Bush è sempre stato uno strenuo difensore della pena capitale, come dimostrato dalla sua esperienza governatoriale in Texas.

Bill Clinton

Negli anni successivi la Corte suprema ha tuttavia attuato alcune restrizioni. Nel 2002, la sentenza “Atkins vs Virginia” definì incostituzionale l’applicazione della pena capitale nei confronti dei malati mentali. Nel 2005, con la sentenza “Roper vs Simmons” l’istituto fu dichiarato illegittimo nel caso l’imputato fosse minorenne quando aveva commesso il crimine. Mentre nel 2008 la sentenza “Kennedy vs Louisiana” vietò di punire con la morte lo stupro di un bambino. Il fatto entrò all’interno della campagna elettorale di quell’anno, portando entrambi i candidati in lizza – Barack Obama e John McCain – a criticare quel verdetto.

CORTE DIVISA AL SUO INTERNO. Tutto questo non deve comunque far credere che la Corte abbia agito in modo omogeneo. Tra i suoi nove componenti sono infatti sempre esistiti orientamenti ideologici profondamente contrastanti. Basta ricordare le battaglie condotte dal giudice Antonin Scalia a favore della pena di morte: cosa che portò lui, cattolico tradizionalista, a polemizzare talvolta con i vertici della stessa Chiesa cattolica. Nel 2002, per esempio, manifestò tutto il suo disaccordo con l’enciclica “Evangelium Vitae” di Giovanni Paolo II, proprio sulla questione della pena capitale.

E oggi? Durante la campagna elettorale del 2016 il problema ha riguardato soprattutto il fronte democratico. Il candidato socialista Bernie Sanders ha costantemente propugnato una radicale riforma del sistema penale, proponendo – tra l’altro – l’abolizione della pena di morte. Ha più volte attaccato i Clinton, colpevoli – secondo lui – di aver sempre difeso una politica securitaria, dura e dai tratti razzisti.

TRUMP DA SEMPRE FAVOREVOLE. Hillary, dal canto suo, ha mantenuto una posizione più sfumata, dovendo barcamenarsi tra la sua natura centrista e le esigenze di accattivarsi l’elettorato di sinistra. Sul fronte repubblicano – come da tradizione – c’è invece stata maggior compattezza sul tema. Trump si è sempre detto favorevole all’impiego della pena capitale. E lo stesso giudice da lui nominato alla Corte Suprema, Neil Gorsuch, risulta un netto fautore dell’istituto.

È «COSTITUZIONALE E UMANO»? Dal 1977 il metodo utilizzato per somministrare la morte è quello dell’iniezione letale, che andava a sostituire l’impiego della sedia elettrica e della camera a gas. Nonostante le polemiche, l’uso dell’iniezione è stato ribadito nel 2008 da una sentenza della Corte suprema, “Baze vs Rees”. Il giudice capo, John Roberts, definì infatti il ricorso a questo metodo «costituzionale e umano», in piena congruenza con l’VIII emendamento.

Neil Gorsuch

Donald Trump e il giudice da lui nominato alla Corte Suprema, Neil Gorsuch.

Ma in tutto questo, la popolazione americana che ne pensa? Se negli Anni 90 la popolarità della pena capitale raggiungeva picchi notevoli, le cose oggi sembra stiano cambiando. Secondo un sondaggio condotto dal Pew Research Center nel settembre del 2016, i cittadini favorevoli alla pena capitale sarebbero nel complesso ancora la maggioranza: il 49% contro il 42%. Tuttavia la rilevazione registra anche un calo del 7% dei “sì” rispetto al 2015. Cifre simili erano assenti in America dagli Anni 60, quando la pena di morte risultava particolarmente impopolare.

DETERRENZA CONTRO PRINCÌPI. Il dibattito ovviamente è tutt’altro che chiuso. E quanto accaduto in Arkansas è destinato a riaprirlo. In generale, al di là degli scontri politici, i fautori dell’istituto fanno principalmente riferimento alla questione della deterrenza. Per gli oppositori, invece, la pena di morte risulta un atto barbarico sul piano dei princìpi, oltre che inefficace sul fronte pratico, in quanto non limiterebbe affatto violenze e reati.

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