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Luca Telese: “Renzi trionfa nel partito ma il problema è il suo rapporto con il Paese”

(di Luca Telese – http://notizie.tiscali.it) – Matteo Renzi ha vinto le primarie su questo non c’è dubbio. Le ha vinte bene, ha staccato i suoi suoi sfidanti con una percentuale superiore alle aspettative della vigilia, ha raccolto nelle urne una buona parte del suo popolo, ha raggiunto una ottima percentuale fra gli elettori del Pd.

Ma il punto è tutto qui, in questa implicita difformità di risultato: il referendum del 4 dicembre, il grande trauma non dichiarato che questa sfida voleva fare dimenticare, era una consultazione che riguardava tutto il paese. La vittoria di ieri non avviene sullo stesso campo da gioco: era una sfida interna, una elezione che riguardava solo i democratici. Un voto – addirittura – che non coinvolgeva nemmeno tutti i potenziali elettori della coalizione del centrosinistra. Ma esiste ancora una coalizione di centrosinistra? In questo interrogativo c’è un’altra domanda chiave che questa consultazione lascia senza risposta: per ora, infatti, non si sa ancora con quale legge elettorale si voterà, e con quale aggregazione politica: spetterà proprio a Renzi decidere se provare a votare una legge che apra la strada ad una alleanza di partiti (presumibilmente in accordo con il centrodestra, in questo caso) o accettare la proposta dei cinque stelle per mantenere il premio ad una lista sola. Il risultato di ieri potrebbe rafforzarlo in questo secondo proposito, che come è noto, lui preferisce al primo.

Aspirazioni autarchiche

In questo dubbio strategico – però – è racchiusa una grande ombra sul futuro: e cioè lo spettro di una grande febbre  per cui il Pd di Renzi tende a chiudersi in una aspirazione per così dire “autarchica”: fare da solo, correre da solo, decidere da solo. Questa vittoria di ieri, dunque, potrebbe addirittura confortare il nuovo leader del Pd in questa ambizione. Ma i sondaggi per ora dicono l’opposto: e cioè che i Grillini da soli raccolgono più consensi, e che il centrodestra, diviso e ricomposto (malgrado sia privo di un leader) continua ad essere competitivo.

Ecco perché la grande vittoria di ieri rischia di ripetere uno schema che non ha aiutato il Pd in questi anni: se si esclude il grande successo delle elezioni europee, infatti, Renzi ha vinto tutte le conte interne e poi ha perso tutte le tornate elettorali. Ha modellato il proprio partito sempre più su se stesso, a propria immagine e somiglianza, ma lo ha indebolito con continue emorragie di dirigenti, da D’Attorre e Fassina – per fare un esempio – a Bersani. Speranza e D’Alema.

Renzi e gli sparring partners non competitivi

E poi ha perso il referendum sulle trivelle (anche se non è passato per il quorum), ha perso il referendum costituzionale, ha perso anche il governo. Ha dichiarato solennemente e più volte che avrebbe lasciato la politica (“Io non sono come tutti gli altri politici, io se perdo vado a casa”) e poi ha sperato che il rito delle primarie potesse rigenerare la sua immagine una volta per tutte, far dimenticare questa solenne dichiarazione di intenti. Renzi, a ben vedere dovrebbe essere lieto per il proprio risultato, ma preoccuparsi per la debacle di Orlando e di Emiliano, che questo risultato consegna al ruolo di sparring partners non competitivi. Ecco perché mentre trionfa nel rapporto con il partito, il leader di Rignano non ha risolto il suo rapporto con il paese.

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