Cronaca/Interno/Politica

Primarie Pd, Renzi si prende tutto

(liberoquotidiano.it) – Il primo a esultare per la vittoria di Matteo Renzi alle Primarie, quando i dati ufficiali sono ben lontani dall’arrivare, è il portavoce della sua mozione, Matteo Richetti, che si è fatto scappare una prima stima del trionfo: “Si attesta intorno al 65-70%”. Alla fine il risultato è un plebiscito: 71% lui, le briciole ad Andrea Orlando (21,1%) e Michele Emiliano (7,8%). Certo le folle “oceaniche” degli anni passati, come i 2,8 milioni del 2013, sono un pallido ricordo in confronto all’affluenza delle ultimo voto Dem, che ha raccolto 1,9 milioni di persone.

Non sono mancate le polemiche e le accuse incrociate sui sospetti di brogli. I casi più eclatanti, a Gela in Sicilia e a Nardò in Puglia dove è stato annullato il voto. Casi però che non hanno però scaldato grandi polemiche, sulla sia di una campagna elettorale particolarmente soporifera.

"Non sappiamo...". A Renzi è scappata una frasetta Dopo il trionfo, terribile sospetto: ciao ciao governo

“Non sappiamo…”. A Renzi è scappata una frasetta. Dopo il trionfo, terribile sospetto: ciao ciao governo

Gentiloni stai sereno. Il premier è stato tra i primi a telefonare a Matteo Renzi per congratularsi dopo il trionfo nelle primarie del Pd. Logico: l’ha sostenuto in campagna elettorale e ora festeggia. Sì, ma per quanto? Al nuovo segretario (bis) del Partito democratico domenica sera, a caldo, è scappata una frase assai poco rassicurante per l’esecutivo: “Non sappiamo quando si voterà”. Tradotto: non è detto che si arrivi a fine legislatura, nel 2018, anzi. Non il massimo per il povero Gentiloni, che magari si sarebbe aspettato un discorso più morbido, magari anche di facciata, perché la vulgata del Nazareno ha spiegato che con questa vittoria il governo è più saldo, sì, ma poi Renzi gli ha tirato subito una gomitata. “Non sarà un Renzi 2, sarà un’altra partita”, ha assicurato Matteo. E Maria Elena Boschi ha ribadito: “Non cerchiamo vendette”. Ma ora chi ci crede più?

La verità è che al presidente del Consiglio sarebbe convenuta una vittoria di Renzi, certo, ma più contenuta. Con una minoranza di sinistra più forte, anche se non decisiva. Un successo di misura che avrebbe costretto Renzi a muoversi con prudenza dentro e fuori il partito. E invece così, conoscendo il personaggio, tutti si aspettano la spacconata. Ad esempio, il voto in autunno (nelle ultime ore girava una data, il 5 novembre), con l’accordo sulla nuova legge elettorale o senza. Di sicuro, con questo sistema non è detto che Renzi riesca a tornare al governo. Sicuramente non da solo, ma ad oggi nemmeno con una alleanza post-voto contronatura con Silvio Berlusconi e Forza Italia. Stando ai sondaggi, i voti sommati non basterebbero. E allora? Renzi potrebbe scommettere sulla palude, sul tanto peggio tanto meglio. Dare la palla al Movimento 5 Stelle, far verificare agli italiani l’impossibilità, per il probabilissimo primo partito, di formare un governo, e poi tornare alle urne subito (modello Spagna e Belgio), sperando che gli elettori si pieghino al diktat del “voto utile” (per il Pd, spera Matteo). Le tempistiche non sono casuali: a fine anno arriverà una manovra che si prospetta durissima per i contribuenti e votare dopo la finanziaria potrebbe essere una Caporetto per il Pd. A Palazzo Chigi il timore è proprio quello: che il Renzi pacato e quasi silenzioso di queste settimane sia stato un bluff studiato a tavolino, e che da domani riparta in quarta a colpi di piccone.

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