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Con le Primarie Pd è finita la transizione

(Lucia Annunziata – huffingtonpost.it) – Il tempo della transizione è finito. Dal voto delle primarie esce un risultato di assestamento che pone fine alle contorsioni interne del centrosinistra iniziate con le elezioni vinte/non vinte del 2013. Dalle urne esce infatti il nuovo profilo dell’area democratica, in cui ciascuno dei protagonisti delle battaglie, dello scontento e delle lotte intestine di questi ultimi anni, trova il posto che avrà in questo nuovo mondo politico.

Il grande trasformatore Renzi porta a termine il suo ambizioso progetto di trasformazione del Pd. Il consenso avuto dalle urne stavolta, rispetto alle altre primarie, è dimagrito di circa un milione di persone (600 mila, si calcola, la sua perdita personale) ma il risultato è un Pd più coeso attorno a Renzi. Chi l’ha votato in questa occasione ha fatto una scelta più pesante di quella delle primarie precedenti perché ha riscelto questo leader dopo, e nonostante, gli insuccessi di un governo che ha zoppicato, alcuni grandi errori politici come il referendum e le molte ombre lasciate dalla inchiesta Consip e da alcuni conflitti di interesse.

Alla vigilia del voto si sapeva che Renzi avrebbe vinto, visto che il processo di ” ripulitura” del Partito era già stato messo in atto da una scissione, e da un Congresso. Ma la grande affluenza di non iscritti ai circoli ha trasformato quello che era un dato “interno” in una affermazione che rende il suo successo “egemonico” sul voto di area. Le prime indicazioni, dall’analisi Swg, ci dicono anche che il profilo di questo consenso è esso stesso molto in linea con il profilo dell’azione renziana: classe media, cinquantenni, un mondo che trova giusto liberarsi dei lacci e degli ideologismi del passato. In questo senso è davvero una operazione alla Macron. Il francese ha svuotato il suo partito uscendone, e Renzi lo ha fatto, in maniera un po’ più sanguinosa, dall’interno; ma il risultato è lo stesso: il distacco dalla tradizione precedente da cui veniva il Pd è definitivo.

Questa rottura segna un confine netto. Il Pd è un nuovo partito sia pure sotto lo stesso nome – e non è detto che anche la tentazione di un nuovo logo non si ponga a un certo punto – e da questo non si torna indietro. Per Renzi è il tanto agognato mandato popolare che fa dimenticare non solo la sconfitta del referendum, ma anche quel frettoloso passaggio a Palazzo Chigi senza elezioni. Le elezioni ora ci saranno (anticipate o meno di pochi mesi) e Renzi le affronterà nel pieno dei suoi poteri e del controllo del suo partito. Ragione per celebrare ed essere euforici ce ne sono dunque molte per il nuovo segretario del Pd

Il chiarimento vale, ovviamente, per la legge del rovescio, anche per tutti gli altri protagonisti della vicenda politica del Pd. A partire da Andrea Orlando. Candidatosi certo non per vincere, visto che i numeri erano quel che erano, ma con in mente l’idea di essere una sorta di fluidificatore del rapporto interno/esterno tra il Pd renziano e la sinistra di chi è uscito e di chi non si ritrova nella piattaforma renziana. L’ampia vittoria uscita dalla urne manda a dire che di aree fluide, o aree di divergenza non se ne parlerà più. La prima cosa che ha fatto non a caso Renzi è quella di chiedere la pace interna al Pd fino al 2021.

Il discorso del resto non vale solo per Orlando. In questo netto confine segnato dal voto delle primarie appare molto complicata la vita anche per quel vasto gruppo che finora è stato nel Pd con propria forte identità in varie declinazioni di non-renzismo. Penso a Prodi, Letta, allo stesso Franceschini, a Boccia, ma anche a uomini di area come Pisapia e tutto il mondo che intorno a lui ruota. Riusciranno a tenere la loro unicità o saranno costretti dal correre delle cose, dal “vigore” del segretario, a scegliere? La composizione dell’Assemblea nazionale ci darà abbastanza presto delle indicazioni. Ma fin da ora non sembrano indicazioni favorevoli a una molteplicità di voci interne.

Un ulteriore chiarimento arriva dalle urne anche per gli uomini e le donne che hanno lasciato il Pd. Per loro c’è una sorta di postuma ragione che gli viene indirettamente riconosciuta dalle primarie. Il dimagrimento dei votanti nelle urne avviene in maniera marcata nelle regioni a più forte consenso del vecchio Pd. Nelle regioni rosse, e nel nord, ad esempio, il voto scende mediamente del 40 per cento. E se nel sud va meglio non è tanto perché sale ma perché non cala, grazie a leader locali forti, come in Campania dove la presenza di Vincenzo De Luca è come sempre decisiva, e come in Puglia dove il governatore Michele Emiliano è riuscito a galvanizzare un forte consenso intorno alla sua sfida a Renzi. Tecnicamente, dunque, il voto del Sud rimane locale.

Ma quel che rende più rilevante il voto mancante non è solo il numero, quanto la sua composizione: dentro il consenso perso, rivela Swg, c’è un corposo numero di giovani e di disoccupati. Insomma, quando Bersani ripeteva che c’è “una parte del nostro popolo che non è contento e chiede altro”, dopotutto non aveva le traveggole.

Tuttavia, dopo la vittoria di Renzi e la trasformazione del Pd, questo gruppo che ha lasciato il Pd, Bersani, D’Alema, Speranza, dovrà ora davvero abbracciare una strategia di indipendenza. Un percorso che non conta più su “stampelle” dentro l’area di appartenenza, e che non può sfociare in un ritorno dentro i ranghi, neppure nel caso di ottimi risultati elettorali. L’area del Pd che oggi sta con Renzi ha premiato il suo segretario anche per le sue decisioni in merito allo scontro interno. L’atto di investitura di Renzi è dunque anche l’atto di nascita di una nuova sinistra. Vedremo come e se questa nuova sinistra saprà procedere trovandosi senza un vero partito alle spalle.

Tutto questo al netto delle scelte che gli elettori faranno. Il processo fin qui descritto rimane quello di una sola area politica.

Non è chiaro come il consolidamento di Renzi sarà giocato dallo stesso nuovo segretario nello scontro politico italiano, che si avvia comunque a nuove elezioni, anticipate o meno che siano. Non è chiaro intanto come questo nuovo Pd renziano, tecnicamente oggi nella sua composizione più innovatore ma anche più centrista, vorrà confrontarsi con spinte radicali come quelle dei 5 Stelle e di varie opposizioni. Certo non può giocare la carta europeista tradizionale alla Macron, ma nemmeno quella del dialogo o dell’imitazione del populismo. Così come non è detto che gli scontenti che hanno lasciato il Pd daranno il proprio voto ancora a sinistra, premiando le forze nuove che si sono spostate fuori dal Pd.

La strada per il governo, se è questo che i nuovi dem hanno ancora in mente, rimane un sentiero molto stretto.

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