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Ok, Renzi si è preso un partito già suo. Il problema è: chi si prende l’Italia?

(Jacopo Tondelli – glistatigenerali.com) – “Un trionfo della partecipazione”. “Una grande vittoria della democrazia”. “Una straordinaria affermazione di Matteo Renzi”. Eccetera eccetera.

La retorica trionfalistica del Pd, a cominciare dal “nuovo” segretario – Matteo Renzi, chi l’avrebbe mai detto? – la lasciamo volentieri a chi legittimamente la diffonde, e a chi ha voglia di crederci. Qui interessa di più guardare alla realtà, ai dati, e metterli nella prospettiva che unisce il passato e il futuro.

Necessario partire dall’affluenza, cioè dalla vera misura della partecipazione. Mentre scriviamo ancora non abbiamo dati definitivi, ma possiamo convenzionalmente accettare la misura dei “2 milioni”. Sono all’incirca 800 mila militanti, o almeno elettori fortemente motivati, in meno di quelli che votarono per le primarie del Partito Democratico dell’8 Dicembre 2013. In termini percentuali, il 30 per cento in meno. Circa 800 mila persone. Il suo 70% dei consensi, quindi, vale circa 1,4 milioni di voti, circa mezzo milione in meno di quanti lo votarono alle primarie del 2013. Quelle che aprirono la strada al push sul governo con la defenestrazione di Enrico Letta, prima, e all’unica affermazione elettorale, alle elezioni europee del 2014, dove prese oltre 11 milioni di voti. Volendo risalire ancora un poco più indietro nel tempo, 1,4 milioni di voti furono quelli che raccolse, all’incirca, PierLuigi Bersani al primo turno delle Primarie del centrosinistra del 2012, prima di sconfiggere Renzi al ballottaggio, aumentando il suo bottino a 1,7 milioni di voti, e di raccogliere una bruciante “non vittoria” e fermandosi, col Pd, a 8,6 milioni di voti alla Camera. Il successo alle Europee di Renzi si concretizzò in una moltiplicazione per 4, all’incirca, dei partecipanti alle primarie, mentre in rapporto agli elettori di Renzi furono 5,5. La sconfitta di Bersani alle politiche del 2013 – in un contesto di più alta affluenza, come avviene sempre alle politiche – si realizzò invece portando a votare pd 3 elettori per ogni partecipante alle primarie, e 5 elettori per ogni votante Bersani alle stesse primarie.

I numeri sono noiosi, eppure vanno appuntati. È dentro al perimetro che essi disegnano, infatti, che si può provare a guardare in faccia la prospettiva politica del prossimo futuro. Rispetto a tre anni e mezzo fa, dunque, il Partito Democratico perde circa il 30 per cento di votanti attivi, di militanti, di persone vogliose di partecipare a un momento forte di democrazia interna, quali sono le primarie. In termini assoluti, circa 800 mila persone, che allora erano disposti a sacrificare tempo libero per un gesto di partecipazione e appartenenza: anzi, per più gesti di partecipazione e appartenenza. E, tendenzialmente, anche per una campagna elettorale a venire.

Già, perché il problema, come sempre, è vincere le elezioni. Non entriamo qui nell’annosa, fondamentale eppure non avvincente discussione sulla legge elettorale, che ovviamente cambierebbe moltissimo della prospettiva di cui parliamo. Una legge che premi le coalizioni obbligherebbe Renzi e il suo partito a sedersi al tavolo con gli odiati scissionisti (e loro con l’odiato Renzi, ovviamente), e alla fine a entrambi va meglio evitare, anche per raccontare una storia potabile ai propri elettorati. Nel mezzo, il nobile, solitario, difficilissimo tentativo di Giuliano Pisapia. Mentre gli unici che, nonostante tutto, potrebbero trovare la quadra della coalizione e la via che porta al premio di maggioranza sono i variopinti epigoni di Silvio Berlusconi. Una legge che, invece, premi il partito piace istintivamente di più a Renzi. Ma rischia di fare forte l’avversario che già è più forte, cioè il Movimento 5 Stelle.

A monte,  il problema qui non è – dicevamo – la legge elettorale. Il problema, invece, è la capacità di attrarre consenso, di vincere le elezioni. Un primo test, già non facile, saranno le prossime elezioni amministrative, che cadono a Giugno. Di lì in poi, il piano è inclinato e scivola dritto verso le elezioni politiche. Scadenza naturale del parlamento, come tutti sappiamo, è il febbraio 2018. Le ipotesi di una precipitazione e di un voto anticipato all’autunno di quest’anno non sono del tutto sopite, anche se trovano diversi ostacoli sulla loro strada, a cominciare dalla volontà istituzionale più alta, rappresentata da Sergio Mattarella che pretende – e lo ha ribadito – una legge elettorale che funzioni e sia armonica, prima. Prima o dopo, prima o dopo di una legge di stabilità in cui restituire alle casse dello stato quello che la lunga campagna referendaria aveva tolto, il problema cambierà di poco, e sarà quello, per il Partito Democratico, di ricostruire un rapporto con un corpo elettorale che sempre di più, e sempre più in fretta, veleggia verso altri lidi. Lo dicono tutte le elezioni svoltesi in Italia dopo le mitologiche europee del 2014, e lo dice il risultato del Referendum Costituzionale, una sconfitta sonante che è poi stato il vero motore psicologico della rincorsa culminata con il voto interno di ieri. E il paese, fuori dal pur generoso voto di due milioni di elettori del Pd, dove va?

Verso l’astensione, o verso la rabbia e il Movimento 5 Stelle, verso lande del sentimento politico che non sembrano neanche oggetto di pensiero, né di uno sguardo, da parte del Partito Democratico e del suo nuovo segretario. Alla fine di questa tenue e  poco appassionante campagna elettorale, infatti, resta percettibile la sensazione che Renzi e molti dei suoi epigoni volessero regolare i conti. Con gli avversari interni, che però per lo più han lasciato il campo andando a costruire il proprio campetto e scommettendo sullo spazio garantito dal proporzionale. Ma anche con l’opinione pubblica, rispetto alla quale c’era bisogno – e questo è un tratto profondamente renziano – di presentarsi presto freschi di nuova incoronazione, di nuova vittoria. Una nuova storia da raccontare al più presto, una nuova vittoria sulla cui base lanciare una nuova sfida.

L’esito della quale, l’ultima volta, fu rovinoso. Non vorremmo che, a parte quattro parole di prammatica imparate sui bigini dell’autocritica, il tutto fosse già passato in fanteria. Non vorremmo insomma, che si confondesse l’acquario sempre più piccolo del pd col mare sempre più agitato del paese. Il dubbio, purtroppo, ci pare non solo legittimo, ma doveroso.

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