Cronaca/Interno/Politica

Perché Matteo Renzi non sta troppo sereno dopo il successo nelle primarie Pd

(Francesco Damatohttp://formiche.net) – Matteo Renzi ci sorride sopra, o cerca di sorriderci, se gli rimproverano il danno ormai irreversibile procurato al dizionario della lingua italiana quando, ancora fresco della prima elezione a segretario del Pd, liquidò il governo di Enrico Letta dopo un hashtag in cui lo aveva esortato a stare “sereno”. Cioè, a non avere preoccupazioni.

D’altronde, il suo collega di partito aveva cercato a Palazzo Chigi di mettersi al riparo da pericoli non intromettendosi minimamente nella lunga e travolgente scalata congressuale dell’allora sindaco di Firenze alla guida del Pd. E ciò sino a subirne l’intimazione – diciamo la verità – a non correre dietro a Silvio Berlusconi, che tra l’estate e l’autunno del 2013 aveva minacciato la crisi della maggioranza delle cosiddette larghe intese se il governo avesse continuato a fare il Pilato della situazione, come fece, di fronte alla pratica della sua decadenza da senatore. Che fu decisa in applicazione retroattiva della cosiddetta legge Severino, dopo una condanna definitiva per frode fiscale.

Eppure fu poi proprio Renzi, una volta segretario del partito, a ridare un ruolo politico a Berlusconi ricevendolo nella sede del Pd per negoziare e stringere il famoso Patto del Nazareno sulle riforme costituzionale ed elettorale, che dovevano essere parte rilevante del suo governo, pur rimanendo per il resto all’opposizione il partito del senatore decaduto. L’intesa durò poco più di un anno, sino a quando Renzi non tornò a giocare con l’aggettivo “sereno” e rifilò a Berlusconi la fregatura -intesa naturalmente in senso politico- della scelta solitaria di Sergio Mattarella come candidato blindato al Quirinale per la sostituzione dello stanco e dimissionario Giorgio Napolitano.

Non parliamo poi della serenità avvertita da Massimo D’Alema dopo un incontro a Firenze col non ancora segretario del Pd, al quale aveva fatto capire quanto ci tenesse, per la competenza che riteneva di avere acquisito nella sua azione di governo, ad occuparsi solo di Europa, magari entrando nella commissione di Bruxelles che sarebbe stata nominata dopo il rinnovo primaverile del Parlamento di Strasburgo, nella primavera del 2014.

In fiduciosa attesa l’aspirante commissario scrisse anche un libro sui problemi europei presentato pure da Renzi a pochi passi da Montecitorio e da Palazzo Chigi, in un triangolo che doveva essere della felicità ma fu invece della delusione. A Bruxelles Renzi volle o riuscì solo a mandare la giovane ex funzionaria di partito e sua ministra degli Esteri Federica Mogherini, ora sempre più orgogliosa del ruolo pur figurativo, più che reale, di commissaria della politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, visto che le diplomazie nazionali sono le meno discrete nella difesa delle loro prerogative.

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Oltre che sorriderci, o tentare di sorriderci sopra, Renzi ha di tanto in tanto lamentato di essere stato frainteso nell’approccio disinvolto alla serenità. Ed ha persino promesso di riscattare quanto meno la sua buona fede in un libro autobiografico di ormai imminente pubblicazione, per il quale ha già riscosso dalla casa editrice Feltrinelli un grosso anticipo che gli ha permesso di contribuire dignitosamente, con la moglie insegnante Agnese, a mantenere la famiglia dopo avere perduto la paga prima di sindaco di Firenze e poi di presidente del Consiglio. Dei compensi come segretario del partito che è appena tornato ad essere, non so. E francamente neppure mi interessa perché sono fortunatamente e orgogliosamente vaccinato dalle ossessive curiosità dei falsi moralisti, pronti a indignarsi solo dei compensi e dei cosiddetti privilegi altrui, considerando inezie i propri, compresa spesso l’abitudine all’evasione fiscale.

Temo tuttavia, per lui, che Renzi si porterà appresso una certa diffidenza anche con i chiarimenti che dovesse fornire nel libro in uscita. Lo dimostra la mano che metaforicamente hanno appena portato in tanti sulla pistola sentendosi sceriffi, tenuti alla difesa del governo del conte Paolo Gentiloni dalle ripercussioni del ritorno di Renzi alla segreteria del Pd. Eppure egli per prima accusa gli ha assicurato l’appoggio. E mercoledì scorso, in una lunga telefonata a Eugenio Scalfari, che ne ha riferito domenica ai lettori di Repubblica, aveva previsto e sostenuto elezioni alla scadenza ordinaria della legislatura, nella primavera dell’anno prossimo.

Fra gli sceriffi del governo Gentiloni, come li ho scherzosamente chiamati sapendo bene che le loro pistole sono cariche solo di parole, c’è stato il mio amico, e direttore di Formiche.net, Michele Arnese, giustamente allarmato dai tanti segnali da tutti avvertiti da qualche tempo di contrasti tra Renzi e i ministri tecnici dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, su problemi vecchi e nuovi del governo: ultimo, in ordine di tempo, il quasi fallimento di Alitalia. Contrasti in ordine ai quali Arnese ha ragioni da vendere a chiedersi se essi sono destinati a crescere, ora che il potere contrattuale di Renzi è aumentato con la riassunzione formale della segreteria del partito, se l’ha veramente mai dismessa nelle more del congresso e delle primarie. Che alla fine ha stravinte col 70 per cento dei voti, contro il circa 20 per cento del concorrente Andrea Orlando e il 10 di Michele Emiliano, stando ai dati più aggiornati di quelli noti lunedì mattina, e comunque contestati dal Guardasigilli per qualche punto che gli sarebbe stato sottratto a torto.

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Assicurazioni, promesse, dichiarazioni, confessioni, progetti e quant’altro del ri-segretario del Pd attendono naturalmente la verifica con gli sviluppi della situazione politica, cioè con i fatti. Che sono e saranno gli unici ai quali doversi attenere, a cominciare dalla sorte che avrà il tentativo sollecitato al Parlamento dall’ormai insofferente presidente della Repubblica di “omogeneizzare” le due leggi in vigore per il rinnovo delle Camere, in modo da essere in grado di gestire con la pienezza delle sue funzioni e prerogative, compresa la possibilità di rimandare gli italiani alle urne anticipatamente, se dovesse sopraggiungere una crisi di governo. Che evidentemente il capo dello Stato non esclude anche perché conosce l’uso che Renzi fa del concetto di serenità.

Se le Camere dovessero riuscire nel miracolo di rimediare alla situazione quanto meno paradossale in cui il sistema politico è stato messo dalla certificazione di immediata applicabilità rilasciata dalla Corte Costituzionale ad entrambe le leggi elettorali, per quanto non omogenee, da essa  modificate con parziali amputazioni, bisognerà vederne le ripercussioni sul clima politico. E ciò specie quando, in autunno, si dovrà procedere alla stesura della legge finanziaria del 2018. Che tanto più corrisponderà alle attese rigoriste di Bruxelles, Berlino e forse anche di Parigi, come capiremo domenica da chi andrà all’Eliseo, tanto più renderà rischiose per il Pd e il suo segretario le elezioni alla scadenza ordinaria. Ignorare questa realtà sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia.

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