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Luca Telese: “Renzi, il Pd e la vittoria di Pirro: i voti non si contano si pesano”

Serviva più vincere che stravincere. Era più importante riconquistare la coralità di un partito, intorno a se, piuttosto che trasformare il Pd nel PdR

(di Luca Telese – http://notizie.tiscali.it) – Alla fine, dopo gli scoop di Fanpage sui migranti mandati a votare in blocco alle primarie (ovviamente per Renzi), dopo i dati finali sul crollo dell’affluenza nelle regioni rosse (arrivati solo dopo due giorni), e quelli sulle percentuali bulgare nei paesetti del sud, il dubbio è inevitabile: l’elezione del nuovo segretario, più che un trionfo rigeneratore, rischia di essere una vittoria di Matteo Pirro.

Il fatto è che – per via di uno dei più classici dilemmi della politica – paradossalmente a Renzi serviva più vincere che stravincere. Era più importante riconquistare la coralità di un partito, intorno a se, piuttosto che trasformare il Pd  – come scrive oggi Antonio Polito sul Corriere della sera – nel “Partito di Renzi”. Diceva Palmiro Togliatti che “i voti non si contano, ma si pesano”. Era più importante avere votanti pronti a inserire la scheda nelle urne ai seggi che simpatizzanti pronti a barrare la croce sul suo nome sulla scheda.

Ebbene, se Renzi avesse vinto – per ipotesi – con il 60% dei consensi ma riuscendo a restituire al paese l’immagine di un Pd corale, plurale e polifonico, avrebbe fatto un migliore servizio a se stesso rispetto a vincere con il 70%, ma consegnando all’opinione pubblica l’immagine di un leader solo, impegnato a contendere persino i voti degli stranieri rinchiusi in un centro immigrati (difficile definirli elettori del centrosinistra), pur di svettare sui suoi rivali. Molto più del numerino finale bulgaro e prossimo al 100%, infatti, nella geografia complessa di un grande partito di sinistra, conta la qualità del consenso: perdere un elettore su tre in tutta Italia, subire le ironie caustiche di un ex leader come Romani Prodi (“Credo che con me i voti fossero numericamente quasi tre volte superiori”), perdere un voto su due a Reggio Emilia (che era stato l’ultimo baluardo di consenso de Sì ai tempi del referendum), sono segnali che confermano quello che avevamo scritto su questo sito a caldo, quando ancora il quadro complessivo dei dati non era completo: un leader che “balla da solo” esprime una vocazione minoritaria, piuttosto che maggioritaria, può convincere i suoi fedelissimi, ma rischia di essere abbandonato da tutti gli altri, può gasare le truppe, ma rischia di perdere il paese.

In Matteo Renzi si verifica un altro strano paradosso: i punti di forza di questo leader coincidono con i suoi difetti fatali. La sua innegabile ed invidiabile grinta lo ha portato all’eccesso, la sua passione lo ha a tratti accecato, facendogli anteporre se stesso ad ogni altro risultato.

Il dopo-primarie fotografa un partito dove i due candidati sconfitti – uno più moderato, l’altro più radicale – sono curiosamente uniti, accomunati dalla sfiducia verso il nuovo segretario e dalla contestazione della legittimità dei dati. Andrea Orlando rivendica addirittura, con una pignoleria rivelatrice, il fatto che la commissione nazionale lo abbia tenuto artatamente sotto la soglia del 20% (secondo il suo comitato ha toccato il 22,5%).

Michele Emiliano lamenta di essere stato ostacolato, e ha preso un 10% dei voti, dicendo del leader cose molto peggiori di quelle che di lui dicono i Grillini. Un tripudio di disistima reciproca che si è manifestato platealmente nella risposta più politicamente scorretta del duello su Sky. Renzi aveva  chiesto solennemente a Emiliano: “Caro Michele, se vincessi tu, io ti sosterrei senza mettere in discussione la tua linea: tu sei disposto a fare lo stesso con me?”. E il governatore della Puglia, con tempi rapidissimi da gag comica: “Assolutamente no”. Una boomerang.

Renzi in questo momento può dire di aver trionfato numericamente, e nessuno può contestargli questo successo. Non era scontato: ma intorno a se è oggi è circondato da rovine politiche. In parlamento non ha una legge elettorale, nel suo schieramento non ha una coalizione, nel partito ha subìto una scissione da parte di dirigenti storici importanti con cui dice di non volersi più alleare, e nei sondaggi non ha più il primato (che dalla scissione in poi è passato al M5s). Adesso – proprio per aver inseguito un voto di tipo plebiscitario – ha mutato lui stesso il partito che aveva ereditato in una sorta di super comitato elettorale. Ai suoi supporter il leader ripete che è questo l’unico modo per vincere le politiche e riprendersi il Paese.

Ma solo i voti veri, quelli delle amministrative e delle politiche, potranno dire se il suo è stato un azzardo spregiudicato e vincente, o il secondo clamoroso harakiri dopo la disfatta del referendum Costituzionale. Anche perché in campagna elettorale tutti gli ricorderanno la frase sui nelle  primarie i suoi avversari hanno avuto l’eleganza di sorvolare: “Nel caso in cui perdessi il referendum – aveva detto Matteo – considererei conclusa la mi esperienza politica. Credo profondamente in un valore che è il valore della dignità. Io non sono – concludeva l’allora premier – come tutti tutti gli altri”. Adesso è un leader del 70%, un padrone incontrastato del partito: ma molto più simile agli “altri” da cui voleva distinguersi

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