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Renzi, il Rumor dei nostri giorni

(di Arturo Diaconale – opinione.it) – In apparenza Matteo Renzi sembra il Giancarlo Pajetta del 1947 dopo l’occupazione della Prefettura di Milano con la “Volante Rossa”. “Compagno Togliatti – telefonò tutto contento il giovane dirigente del Pci al segretario – abbiamo occupato la Prefettura!”. “Bravo – gli rispose sardonico Togliatti – e adesso che ci fate?”. Già, adesso che Renzi ha riconquistato la segreteria del Partito Democratico dopo la batosta nel referendum del 4 dicembre, cosa ci può fare?

Sul piano delle relazioni esterne il nuovo segretario avrà grandi difficoltà nel realizzare alleanze. Sia con la sinistra per un nuovo Ulivo a trazione renziana, sia con il centrodestra per una riedizione del Patto del Nazareno sempre segnato da un predominio del risorto segretario del Pd. Nei rapporti con il resto della sinistra dovrebbe rimangiarsi la pregiudiziale contraria espressa più volte nei confronti degli scissionisti bollati come “traditori” e potrebbe al massimo tentare di aggregare attorno a sé il movimento ancora in embrione di Giuliano Pisapia e qualche frangia del vecchio Sel. Ma con quale prospettiva oltre quella di non oltrepassare la quota del trenta per cento che è simile a quella del Movimento Cinque Stelle e pare addirittura inferiore alla cifra potenziale del centrodestra unito?

Quanto all’ipotesi del rinnovato Patto del Nazareno di cui tanto parlano quanti non sanno neppure fare di conto, questa alleanza è esclusa dalla matematica. Pd e Forza Italia non potrebbero mai andare alle elezioni con una qualche intesa preventiva perché correrebbero il rischio di vedere dimezzati i rispettivi elettorati. Al tempo stesso, se pensassero di realizzare insieme una maggioranza di governo dopo il voto sarebbero dei semplici illusi visto che insieme non riuscirebbero mai ad arrivare al cinquanta per cento indispensabile per poter governare.

Insomma, Renzi con la segreteria non ci può fare alleanze in grado di riportarlo a Palazzo Chigi. Per cui è costretto a operare solo all’interno del proprio partito e, con il carattere e la cultura politica che si ritrova, può solo procedere a una renzizzazione del Pd nella convinzione che attraverso un partito personale piazzato al centro del panorama politico nazionale può avere la possibilità di interloquire con chiunque per il governo del Paese.

Stare al centro, sostenevano i vecchio dorotei della Democrazia Cristiana, garantisce comunque di stare al governo. Renzi ha riscoperto quella logica mettendoci sopra la personalizzazione del proprio partito. Ma serve al Paese un Mariano Rumor dei nostri giorni?

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