Cronaca/Inchieste/Interno

Terrorismo, quanto siamo al sicuro in Italia?

(di Lirio Abbate – http://espresso.repubblica.it) – I venti di guerra che soffiano anche 
sul mondo occidentale innescano la stessa paura che il terrorismo ha ormai disseminato nelle capitali europee. 
E per questo motivo ricorre spesso 
la parola sicurezza. La sicurezza 
di un Paese. Ma quanto può essere vulnerabile il nostro Paese?

Il rischio, in generale, è dato da tre fattori: la pericolosità, l’esposizione e la vulnerabilità. In Italia abbiamo una pericolosità elevata per la facilità con la quale i potenziali terroristi possono procurarsi i mezzi con i quali provocare 
un danno alla collettività. L’esposizione 
è altrettanto alta perché gli obiettivi “soft target” sono alla portata di tutti. E sono tanti. Per quanto riguarda la vulnerabilità, occorre declinare la questione in maniera diversa. Quella “tecnica” è elevatissima: ad esempio, le persone che stanno 
ad aspettare alla fermata dell’autobus possono essere falciate da un’automobile che arriva all’impazzata guidata da un terrorista. Per questo motivo occorre iniziare a lavorare sulla vulnerabilità “psicologica”. Occorre cioè entrare nell’ordine di idee che questo tipo di terrorismo ci accompagnerà ancora per diverso tempo. E che tanto più avrà sconfitte sul terreno di una guerra simmetrica, quanto più aumenterà 
il suo sforzo su una guerra asimmetrica. 
Daesh lo sa e infatti ha allargato 
il piano del confronto da Mosul o Arak 
al mondo intero.

Il terrorismo e la paura che produce 
ci accompagneranno per molto tempo. 
E la possibilità di difesa di un certo tipo avrà efficacia limitata. C’è il rischio che andremo sempre più a comprimere le nostre libertà, nel convincimento molto teorico che questo riduca il pericolo. 
Di fatto abbiamo già cambiato le nostre abitudini e limitato la nostra vita. E questo è un ulteriore punto a favore di Daesh, 
in questa partita mortale che ha iniziato contro il mondo occidentale.

Quella che stiamo vivendo è una situazione di pericolo reale, di azioni difficilmente prevedibili: i nervi saldi quindi sono 
la nostra forma di difesa più efficace. 
Nulla ci è più nemico del panico, della “paura della paura”.

È insomma necessario un approccio culturale, mentale, per limitare i danni. E occorre spogliare questa battaglia di tutte le possibili strumentalizzazioni xenofobe 
di chi ha interesse in qualche modo a radicalizzare lo scontro, ad aumentare la paura, perché altrimenti all’esito di questa battaglia avremo libertà ancora più compresse, un rischio ancora elevato 
e ondate di isteria collettiva.

Che la principale battaglia sia culturale lo ripete spesso anche Franco Gabrielli, capo della polizia. Perché oggi il rischio è dettato più di ogni altra cosa dalla percezione dell’insicurezza. La paura, come dicono i sociologi, è ormai globalizzata: quello che è avvenuto a Parigi a Londra a Berlino a Monaco o a Nizza entra immediatamente nella vita delle persone. Non solo di quelle che stanno a poca distanza dai luoghi in cui si sono verificati i fatti, ma in tutto il mondo. E viviamo una condizione di paura permanente. Ma non possiamo accettare che la paura prevalga, perché questa sarebbe una sconfitta ancora più grave. 
E non possiamo nemmeno elevare (inutili) muri sulle acque o sulle spiagge. Occorre far comprendere la situazione.

Gli investigatori italiani hanno grandi qualità nella tattica, nella gestione e nella prevenzione, ma il salto di qualità è mentale, insomma. Perché è l’unica cosa che può portarci alla vittoria, sul lungo termine, contro il terrorismo. Lo scorso dicembre durante la presentazione del calendario della polizia, Gabrielli rispondendo alla domanda di una giornalista ha detto: «Il mio desiderio 
per il 2017 è che in questo Paese i temi della sicurezza non siano temi sui quali 
si vincono le campagne elettorali ma 
si costruisce il futuro dell’Italia. Questo 
è l’auspicio».

Se invece sui temi della sicurezza si regolano i conti a livello politico o personale, la guerra contro il terrorismo è molto più difficile da vincere.

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