Cronaca/Interno/Politica

Vi spiego il caos parlamentare sulla legge elettorale

(Francesco Damato – formiche.net) – Oddio, non per fare lo spiritoso a tempo perso, o per il gusto di trovarmi una volta tanto d’accordo con Marco Travaglio e col suo Fatto Quotidiano, o per ruffianeria verso Matteo Renzi, che ha esordito come risegretario del Pd prendendo le distanze dal provvedimento appena approvato dalla Camera, ma questa storia di potersi sentire più sicuri, nei sempre difficili rapporti col magistrato di turno, sparando di notte contro l’intruso che entra o cerca di entrarti in casa, o fugge via dopo che lo hai scoperto, sembra anche a me una boiata pazzesca. Vi contribuisce il rispetto che vorrei avere dei ricordi della mia infanzia e delle favole che, se fossi anche nonno, oltre che anziano, vorrei raccontare ai miei nipotini.

È la favola della befana che vien di notte, con le scarpe tutte rotte, con le toppe alla sottana…e via via in quella che più vi piace delle dodici versioni esistenti di questa giocosa filastrocca con la quale si possono, fra l’altro, considerare davvero concluse le feste di Natale e Capodanno. Che facciamo noi grandi e spesso anche scimuniti, o i bambini, ragazzi e giovanotti addestrati dalla televisione agli spettacoli dei presunti buoni in lotta selvaggia contro i presunti cattivi? Ci mettiamo a sparare contro la befana scambiandola per un ladro travestito? È possibile che i nostri legislatori, con tutto quello che succede in Italia, in acqua, terra e aria, non trovino di meglio e di più urgente da fare? È possibile provocare così tanto la pazienza dell’illustrissimo signor presidente della Repubblica, che con quella bella chioma e una scopa in mano potrebbe peraltro sembrare un befano in servizio permanente effettivo, quindi anche fuori stagione?

Il povero Sergio Mattarella, dopo avere sprecato – a questo punto – un bel pranzo con entrambi i presidenti delle Camere, sta ancora aspettando al Quirinale notizie degne di questo nome su quella riforma o riformetta elettorale sollecitata con buone, anzi eccellenti ragioni. Cioè, per poter disporre di tutte le prerogative assegnategli dalla Costituzione nel caso in cui gli scoppiasse tra i piedi o le mani una crisi di governo. Che è una cosa possibile non solo per qualche incidente parlamentare, magari provocato più o meno dietro le quinte da un Renzi smanioso di andare alle elezioni anticipate, fosse pure per perderle come il referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, ma anche a causa di una decisione spontanea e per nulla sofferta del conte Paolo Gentiloni Silveri di dimettersi in autunno, piuttosto che dover preparare una legge finanziaria di lacrime e sangue destinata a fargli intestare la sconfitta nelle elezioni politiche ordinarie nella primavera dell’anno prossimo.

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Messo di fronte ad una crisi e chiamato a risolverla per obbligo costituzionale, il povero Mattarella dovrebbe inventarsi un governo con un’assai improbabile maggioranza predefinita, in un Parlamento dove si sprecano i partiti che reclamano le elezioni, e si sprecherebbero pure i deputati e i senatori di prima nomina, che sono tanti, se dovessero e potessero scegliere a fine settembre, dopo avere maturato il diritto al vitalizio, o come altro si chiama la pensione con i contributi versati nei soli quattro anni e mezzo del loro mandato. O il povero Mattarella dovrebbe procedere direttamente allo scioglimento anticipato delle Camere lasciando al conte Gentiloni l’onere di rimanere in carica per gli affari di ordinaria amministrazione, compreso il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio di bilancio.

Ma le elezioni dovrebbero in questo caso svolgersi, anche contro la volontà e le opinioni del presidente della Repubblica, con le due leggi in vigore, una per il Senato e l’altra per la Camera, nel testo uscito dalla sartoria della Corte Costituzionale col certificato ufficiale di immediata applicabilità. Sono due leggi così diverse fra di loro da produrre un Parlamento mostruoso, senza la minima possibilità che la maggioranza di una Camera, anche la più fantasiosa, sia compatibile con quella del Senato. E senza quindi la possibilità che un governo riscuota la fiducia di entrambe, com’è obbligatorio per la Costituzione sopravvissuta alla bocciatura referendaria della riforma targata Renzi.

È come se la sartoria della Corte Costituzionale avesse venduto ad un cliente di taglia 52 un abito composto da una giacca di taglia 56, pantaloni taglia 44 e gilè taglia 50. E avesse risposto alle rimostranze del cliente dicendo di rivolgersi ad un’altra sartoria, quella del Parlamento, per farsi rimettere a posto tutto. E la sartoria del Parlamento, a sua volta, avesse risposto al cliente, fosse pure il presidente della Repubblica in persona, scortato dai suoi Corazzieri, di avere altre cose più urgenti da fare. E pazienza se nel frattempo si rompesse l’unico abito che indossa e il presidente dovesse andare nudo per strada e per gli uffici del suo Quirinale.

Vi sembrerà paradossale, pazzesca, ma è esattamente questa la situazione nella quale il capo dello Stato è stato messo sia dal Parlamento sia dalla Corte Costituzionale, pur provenendo da entrambi e aspettandosi, non foss’altro per questo, una maggiore comprensione o condivisione.

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La Camera, nella cui commissione competente giace – nel verso senso della parola – il problema della riforma o riformetta elettorale, ha ritenuto di dare precedenza alla questione di se e come sparare al ladro di turno, vero o presunto, in quali ore e con quali modalità, correndo meno rischi giudiziari possibili. E ciò pur essendo in vigore, su questa stessa materia, una norma di legge varata a suo tempo da una maggioranza di centrodestra, socialmente e politicamente sensibile a un simile problema. Ma è uno schieramento oggi diviso, prevalentemente all’opposizione, unito solo nel rivendicare l’urgenza di un cambiamento, salvo tornare a dividersi sul come. Infatti, dovendo inseguire gli stessi segmenti di elettorato, in previsione di elezioni che non si sa – ripeto – con quale legge potranno o dovranno svolgersi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini non si riconoscono nelle modifiche alle norme sulla legittima difesa che il “traditore” Angelino Alfano ha strappato alla maggioranza di cui fa parte.

Se tutto questo è accaduto alla Camera, vi lascio immaginare cosa potrà e dovrà accadere al Senato, dove i numeri della maggioranza sono ballerini e la partita della concorrenza apertasi all’interno di quello che fu il centrodestra si farà più accanita e pasticciata.

A questo punto, essendo forte il rischio che non si riesca a realizzare nulla, forse la Befana potrà sperare di farla franca.

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