Cronaca/Interno/Politica

Renzi sfida Mattarella: al voto senza riforma elettorale

(Fabio Martini per la Stampa) – Nel discorso della “reincoronazione” ad un certo punto – e inaspettatamente – Matteo Renzi si rivolge in modo colloquiale al Capo dello Stato, ricordando la sua personale «stima, riconoscenza, amicizia filiale e deferenza» verso Sergio Mattarella. Formalmente ineccepibile, nella sostanza il “neo” segretario del Pd ha continuato, rivolgendosi al Capo dello Stato con parole irrituali, se non di sfida, certamente piene di “intenzioni”: «Signor Presidente della Repubblica, lo stallo sulla legge elettorale è responsabilità di chi ha la maggioranza in Senato».

Un’ affermazione altamente controvertibile: Renzi allude al voto che ha eletto – in una solitaria votazione – presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato un candidato non gradito al Pd, ma finora alla “Camera alta” il partito democratico e i suoi alleati hanno sempre avuto la maggioranza. Ma il messaggio, poco istituzionale di Renzi al Capo dello Stato, è limpido: inutile insistere col Pd per fare una nuova legge elettorale, la responsabilità è di tutti e il leader del partito democratico non ci sta a fare il «capro espiatorio». Messaggi ai quali il Capo dello Stato, appena approdato a Buenos Aires, non ha replicato in nessun modo, neppure informale anche se i collaboratori del Presidente ieri sera hanno rifiutato ogni commento.

Vicenda opaca, molto politichese, nella quale si fatica a leggere il cuore della contesa. Che però va chiarendosi ogni giorno di più: Matteo Renzi sembra non voler toccare una virgola della normativa “ricavata” dalle sentenze della Corte Costituzionale, mentre il Capo dello Stato ritiene che – ferma restando la libertà delle forze politiche di scegliersi la legge che credono – si devono modificare alcune “imperfezioni” che mettono a rischio l’ applicabilità della normativa attualmente in “vigore”.

Ma la vera novità nella dialettica istituzionale tra il Capo dello Stato e Matteo Renzi non è stata esplicitata e risale a due settimane fa: il 26 aprile Sergio Mattarella incontrò i presidenti di Camera e Senato e al termine fu reso noto che si era convenuto sulla necessità di una nuova legge elettorale, oltretutto da realizzare in tempi accelerati. Il non-detto di quella consultazione presidenziale stava nel “formato”: secondo Costituzione, lo scioglimento anticipato delle Camere, spetta al Capo dello Stato, «sentiti i presidenti di Camera e Senato».

Ebbene, in quell’ incontro Mattarella trovò il giudizio convergente di Laura Boldrini e Pietro Grasso sull’ impraticabilità di uno scioglimento delle Camere senza una normativa che ritocchi due punti: preferenze e soglie difformi tra le due Camere. Secondo il “concerto” istituzionale di fine aprile infatti l’ attuale normativa sarebbe “attaccabile” anche prima di un eventuale ricorso alla Corte Costituzionale, ma potenzialmente anche davanti ad un Tar, con esiti considerati imponderabili.

Ma questo approccio, evidentemente, non piace a Renzi. Finora il leader del Pd ha tenuto copertissime le sue carte. Immagina che, aprendo una trattativa con le altre forze politiche, finirebbero per restare nel “tritacarne” del “do ut des” aspetti dell’ attuale normativa che gli stanno a cuore. Probabilmente anche i tanto contestati capilista bloccati.

Finora nella dialettica molto soft con le altre forze politiche, tutte “affezionate” all’ idea di tornare al proporzionale, Renzi ha potuto ripetere, come un refrain e senza repliche apprezzabili, un argomento ribadito anche nell’ Assemblea nazionale: lo stallo sulla riforma elettorale si deve alla vittoria del No al referendum istituzionale. Ma durante la campagna referendaria era stato Renzi stesso a ripetere, in punta di fatto, a ripetere ogni giorno che il Sì alla riforma costituzionale non avrebbe riguardato la normativa elettorale voluta dal governo Renzi. Che infatti è stata bocciata dalla Corte Costituzionale.

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