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Luca Telese: “Maria Elena, la pasionaria del ducetto che non ne azzecca mai una”

(Luca Telese per la Verità) – Sembrava momentaneamente in sonno, intenta al lavoro sottocoperta, trincerata dietro un impenetrabile e serioso muro di discrezione: ma tutti immaginavano che presto sarebbe tornata a far parlare di sé, perché c’ è una fatalità che la insegue, dalla prima polemica fino a questa ultima spettacolare contesa sulla circolare «commissaria-ministri».

Maria Elena Boschi da Montevarchi, già madonna turchina del presepe vivente di Laterina, già maturanda-secchiona che dimentica il vocabolario a casa il giorno della maturità (ma che prende 100 centesimi e si laurea con 110 e lode), ha una sorta di appuntamento ineludibile con le polemiche, e la notula stizzita ai ministri ha una doppia spiegazione: si inserisce in uno spirito, in una strategia, in un sentimento di rivalsa che è stato riacceso nel gruppo umano che circonda il segretario dal risultato delle primarie (i renziani doc hanno percepito come un risarcimento della sconfitta).

Ma che è anche il frutto di una predestinazione, come nell’ apologo in cui lo scorpione sa che ha un bisogno vitale della rana per attraversare il fiume, ma sa già anche che prima o poi la paralizzerà con il suo pungiglione proprio mentre si trova in mezzo al guado. In queste ore, ovviamente, la Scorpioncina di Palazzo Chigi ha cercato in ogni modo di correggere la traiettoria del boomerang comunicativo che le è ritornato addosso.

Il caso era esploso dopo che Repubblica aveva svelato la sua circolare con la richiesta di controllo preventivo sul lavoro dei ministri: «Questo è il classico esempio», ha esclamato lei davanti ai cronisti ostentando un sorriso smagliante, «delle fake news di cui siamo ormai circondati! Non c’ è nessun commissariamento, semplicemente il segretario generale di Palazzo Chigi ha inviato una circolare con cui ha invitato i ministeri a rispettare le regole che già esistono, nulla di nuovo>.

<Se poi», ha aggiunto la Boschi, «le regole le vogliamo cambiare sono la prima a dare una mano ma le regole che ci sono vanno rispettate». Ed era interessante seguirla mentre scortata dal suo ex predecessore Claudio De Vincenti, si affannava a minimizzare, a spiegare che la circolare dopotutto non era nemmeno del tutto sua.

Peccato che prima di oggi nessuno avesse messo nero su bianco, con quel tono, una richiesta così perentoria. E peccato che la Boschi abbia più volte assolto alla funzione di alabardiera della strategia di attacco renziana, quando gli equilibri mutavano e bisognava cambiare passo.

Lei, la tesoriera della fondazione Big Bang (ovvero del portafoglio economico che ha finanziato l’ascesa di Matteo), la «giaguara» della Leopolda (detta così per le sue scarpine maculate alla moda), poi la ministra in tailleur blu elettrico parodiata dalla rete e inseguita dalla iena Enrico Lucci, quindi ministra «ben vestita» sotto il controllo e la consulenza della futura collega Valeria Fedeli (che si è guadagnata i gradi anche facendole da precettrice).

Maria Elena con l’ aureola di santità, nei primi mesi di governo, e poi nell’ occhio del ciclone per Banca Etruria nel 2015, impegnata a raccontare in aula l’ epopea edificante del padre che si svegliava la mattina per andare a scuola a piedi. Maria Elena tirata dentro il Basilicata-gate dalla ministra Federica Guidi, che in una intercettazione la indicava al compagno Gianluca Gemelli come presentatrice dell’ emendamento che aveva più a cuore nella sua attività di lobbing (lei spiegò di averlo fatto, ma senza aver mai parlato con Gemelli).

La Boschi terribilmente sovraesposta nella campagna del Sì al referendum, nel turbine della polemica per aver detto che «i partigiani quelli veri votano Sì», poi – se non fosse chiaro – che quelli di sinistra per il No «votano come Casapound», quindi impegnata a litigare a Catania con tono simpaticamente acidulo, con uno studente che la prendeva amabilmente in giro («lei è impegnata nel suo tour propagandistico»), e poi Maria Elena contro «i professoroni di diritto» (la definizione è sua), poi intenta a girare per il Sudamerica in comizi organizzati dalle ambasciate, e che a fine campagna si era ritrovata ad arrabbiarsi per la contestazione di una italiana residente in Svizzera: «Signora! La prossima volta viene sul palco e parla lei!». La Boschi – dopo questi eccessi – si era calata con diligenza in una ferrea consegna di silenzio mediatico.

Anche perché era difficile far dimenticare quella promessa scandita tante volte, e soprattutto in tv, e quindi con tono solenne, da Lucia Annunziata: «Se Renzi perde lascio la politica, come lui». E ancora, incalzata dalla conduttrice: «Ci assumiamo insieme le responsabilità politiche». Di più: «Se il referendum dovesse andare male noi non continueremo il nostro progetto».

Era difficile coniugare le professioni di rigore, con la inevitabile amnesia su queste promesse, proferite con tono battagliero su 100 piazze d’ Italia. Per questo la Boschi, che aveva battuto i piedi per restare nel governo Gentiloni, e che in qualche momento aveva indotto persino un sentimento di amarezza di Matteo dopo la sconfitta («Ho pagato solo io per tutti»), si era data una direttiva saggia: «Parlo solo con i miei atti».

Nessuno avrebbe immaginato che, persino con quelli, lo scorpione di Maria Elena avrebbe trovato il modo di tornare a pungere, con il suo aculeo, la rana sonnolenta, immemore e bonacciona dell’ opinione pubblica italiana. Anche perché, circolare a parte, persino questo strano Paese – sempre sospeso tra perdonismo e ferocia – non ha ancora deciso cosa pensare della Madonna Giuaguara di Laterina che ama bacchettare con severità, ed essere giudicata con indulgenza.

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