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Marcello Veneziani: “Destra impara a perdere”

Come si traduce Macron in italiano

 

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – Il voto francese tradotto in lingua italiana è servito per capire o confermare due cose: da una parte l’Uniformità assoluta e deprimente del potere politico, mediatico e culturale italiano ed europeo, dove non esistono centri né sinistre, moderati né progressisti, equidistanti e militanti, che ha esultato con una sola voce per la vittoria della Protesi detta Macron.

E dall’altro l’inesistenza di una linea vagamente comune per riunificare il centro-destra.

Del primo ho poco da dire, dicono già tutto loro, ed è uno spettacolo penoso vedere una democrazia dove tutti la pensano allo stesso modo, fanno i dibattiti monocorde, stanno dalla stessa parte, senza con questo essere uniti e solidali.

Sul secondo vorrei invece soffermarmi. Il voto francese è stato l’ennesimo pomo della discordia tra Berlusconi e Salvini, tra i popolari e i populisti, i moderati e i sovranisti. Avete visto che i populismi non vanno da nessuna parte? Ha detto Berlusconi che ha gioito pure lui per la vittoria di Macron.

È vero, i populismi da soli, difficilmente vanno al potere, salvo in piccoli e marginali paesi come gli Stati Uniti o come l’Italia di Berlusconi (era un omonimo, evidentemente). Scherzo, l’obiezione è vera.

Ma li avessero i moderati, i liberali, i popolari d’Italia gli undici milioni di voti che ha avuto Marine. Su questo ha ragione Salvini.

Ma il problema, esimio Cavaliere, non è solo prendere voti, è anche cosa farne. Già le esperienze del centro-destra del passato non furono esaltanti, e allora c’era una maggiore omogeneità, c’era la maggioranza assoluta e si ebbero a disposizione governi durati anche cinque anni, per realizzare poi così poco.

Figuriamoci adesso che sono divisi, che il suo vecchio monarca ha più di ottant’anni, ha perso pezzi, è ondivago, da sei anni depista e delude i suoi elettori; e i potenziali soci non hanno nemmeno una mezza idea comune, non dico sull’Italia ma perfino sull’Europa.

Qualcuno dirà: ma cos’ha da esultare Berlusconi se vince un tecnocrate voluto dai potentati europei, se vince l’Europa che si volle liberare di Berlusconi a colpi di spread, insulti e minacce, se vince un prodotto che ha meno della metà degli anni di lui?

È la prova che la sua stagione è finita sotto tutti i punti di vista. Ma chi fa questa obiezione non si rende conto che Berlusconi vuole usare Salvini e Meloni per trattare con Renzi e Gentiloni, e magari con la Merkel e gli eurocrati, presentandosi come il domatore dei populisti.

Fa un gioco in cui il centro-destra non c’entra più. E mi dispiace dirlo, considerando quel che ha fatto il primo Berlusconi mettendo insieme un centro-destra ideologicamente eterogeneo e portandolo a vincere e a governare.

E mi spiace dirlo pensando anche a chi in Forza Italia continua con una certa coerenza e un certo decoro a esprimere una linea che nulla ha a che vedere con le tresche berlusconiane. Perciò mi chiedo: a che pro allearsi in queste condizioni? Per far cosa, per durare quanto, per illudere chi?

Arrivo a dire che preferisco Renzi al governo per conto suo piuttosto che con il placet di una finta destra. E preferisco una destra sola coi suoi undici milioni di elettori. Ad avercela, ad averceli. Magari perdesse come ha perso la Le Pen.

Infine, sul voto francese lasciatemi dire una cosa: è stato un referendum pro o contro la Le Pen, i più non hanno votato per Macron ma contro o a favore di lei; un terzo dei francesi non è andato a votare, un terzo ha votato contro la Le Pen per paura o per odio e il restante terzo ha votato dividendosi tra i due candidati, tributando “solo” 11 milioni di voti alla Diavolessa e il resto al Drone.

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