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“La sagra del tartufo”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Prosegue a Roma la sagra del tartufo. Siccome Ferruccio de Bortoli rivela che la ministra Boschi tentò di rifilare a Unicredit il bidone paterno di Banca Etruria di cui giurava di non essersi mai occupata, e nessuno smentisce tranne lei, tutti a domandarsi chi sarà mai la bugiarda – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 11 maggio 2017, dal titolo “La sagra del tartufo”. Intanto, al Csm, il Pg della Cassazione Pasquale Ciccolo risponde alle critiche del Fatto sull’azione disciplinare contro il pm Woodcock: “Ho fatto il mio dovere, non conosco Renzi”. E molti consiglieri del Csm fanno a chi si indigna di più per l’ignobile atto di leso Ciccolo. Sono gli stessi che il 20.9.2016 votarono unanimi il duro parere negativo del Csm sul decreto del governo Renzi che esentava dal pensionamento anticipato (da 72 a 70 anni) una trentina di supertoghe, ma soprattutto due: il presidente della Cassazione Giovanni Canzio e il Pg Ciccolo (che ovviamente si astennero). Intanto l’Anm minacciò lo sciopero e disertò l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione contestando “una scelta incostituzionale e discriminatoria che crea una distinzione tra magistrati di serie A e di serie B”. “Il governo – spiegò il presidente Davigo – pensa di poter decidere chi deve fare il giudice, ma questo non è possibile: i governi non possono scegliere i giudici. È un vulnus, che non ha precedenti nella storia della Repubblica, nell’indipendenza e autonomia della magistratura: un esecutivo che sceglie i magistrati da trattenere in servizio o da collocare a riposo”.

Poi, siccome sarebbero spariti 450 procuratori e presidenti di tribunale difficilmente sostituibili in tempi brevi, il governo Renzi s’impegnò per iscritto con l’Anm a prorogare anche loro. Ma, guardacaso, a dicembre il Fatto rivelò che la Procura di Napoli indagava su Consip e i traffici di Lotti, babbo Renzi & C. E il governo fotocopia Gentiloni si rimangiò l’impegno, pressato dal Pd renziano: così andarono a casa tutti i magistrati settantenni tranne Canzio, Ciccolo e pochi altri fortunati. E fra quei tutti, combinazione, il procuratore di Napoli Giovanni Colangelo. Che poi dichiarò al Corriere: “Sono rimasto sorpreso dalla determinazione del governo e del gruppo Pd a non far votare l’emendamento dall’assemblea… Con la sostituzione di due senatori in commissione, si è voluto impedire che l’aula del Senato potesse decidere se approvare o meno l’emendamento”. E, alla domanda se c’entrasse l’inchiesta Consip, ammise: “Certo, la coincidenza temporale è un dato oggettivo”. Ecco, gentile dottor Ciccolo, le nostre critiche riguardano proprio questo.

Non la sua convinzione, legittima e comprensibile, di aver fatto il suo dovere col processo disciplinare a Woodcock (mentre l’altro titolare dell’azione disciplinare, il ministro della Giustizia, ha escluso che ne ricorrano i presupposti). Ma il fatto che a trascinare al Csm il pm più detestato da Renzi&C. sia proprio lei, cioè uno dei pochissimi giudici – per dirla con Davigo – “scelti dal governo” Renzi. Che poi lei non conosca Renzi, non l’abbiamo mai dubitato, ma importa poco. È Renzi che, magari per sentito dire, deve conoscere sia lei sia Canzio, se per lasciarvi in servizio dopo la scadenza fissata da lui stesso ha sfidato la Costituzione, il Csm e l’Anm. E, col senno di poi, ci ha azzeccato. Brutto affare: il giudice non dovrebbe solo essere, ma anche sembrare imparziale.

Lei, dottor Ciccolo, accusa Woodcock di “interferenza indebita” nelle indagini di Roma (cui sarebbe stato ormai “estraneo una volta declinatane la competenza”) sul capitano del Noe Giampaolo Scafarto, indagato per falso per uno scambio di persona e un’omissione nell’informativa Consip. Woodcock, in alcune frasi dette ai colleghi del suo ufficio, attribuitegli da Repubblica e mai smentite, ipotizzò un “errore” non doloso dell’ufficiale, negò di essere il mandante di complotti contro la famiglia Renzi e smentì contrasti con i colleghi romani. Ora, oltre al suo sacrosanto diritto di difendersi dalla calunniosa campagna politico-mediatica che infangava l’intero ordine giudiziario, ci sono due fatti incontestabili.

1) L’informativa Scafarto l’aveva ricevuta per primo proprio Woodcock, prima di passarla a Roma (il che rende almeno dubbia la competenza della Procura capitolina).

2) Dire che Scafarto ha commesso un “errore grave”, ma in buona fede, non impedisce ai pm romani di pensarla diversamente. E comunque anche il procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, parlò di semplice “errore”: perché Ciccolo non contesta anche a lui, oltreché a Woodcock, la medesima “interferenza indebita”? O l’hanno commessa entrambi, o non l’ha commessa nessuno. C’è invece un alto magistrato che, lui sì, del tutto “estraneo” a un’indagine altrui, la criticò pubblicamente con una “indebita interferenza”. È Canzio che nel 2015, ancora presidente della Corte d’appello di Milano, approfittò dell’inaugurazione dell’anno giudiziario per sparare a zero non solo sulla Procura di Palermo, ma addirittura sulla Corte d’Assise che aveva deciso di ascoltare come teste il presidente Napolitano al processo sulla trattativa Stato-mafia: “È mia ferma e personale opinione che questa dura prova si poteva risparmiare al Capo dello Stato, alla magistratura stessa e alla Repubblica Italiana”. Perché il Pg Ciccolo non attivò l’azione disciplinare, se è suo “dovere” perseguire tutti i magistrati che “interferiscono indebitamente” in procedimenti cui sono “estranei”? Qualcuno potrebbe dedurne che le indagini e i processi non si possono criticare, salvo quelli sgraditi al potere. Cioè che la legge non è uguale per tutti. Come la pensione.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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