Cronaca/Inchieste/Interno/Politica

Unicredit, Ghizzoni affidò il dossier alla top manager

PRESSATO DAL MINISTRO, SI RIVOLSE A MARINA NATALE, CAPO DELLE STRATEGIE

(di Stefano Feltri e Carlo Tecce – il fatto quotidiano) – Con insistenza l’allora ministro Maria Elena Boschi chiese a Federico Ghizzoni – all’epoca amministratore delegato di Unicredit – di valutare l’opportunità di acquistare la popolare Etruria, l’istituto aretino gravato dai debiti e di cui il padre Pier Luigi Boschi era vicepresidente. L’episodio va collocato agli inizi del 2015, come rivelato da Ferruccio de Bortoli nel libro Poteri forti (o quasi) .

Ghizzoni sceglie un silenzio che volutamente esclude smentite (al Fatto ha spiegato che non intende commentare). Come sostiene Paolo Mieli, un altro ex direttore del Corriere, “Il suo silenzio è una conferma di quanto scrive Ferruccio de Bortoli”. Adesso, però, emerge un elemento centrale che rafforza la ricostruzione: secondo quanto appreso dal Fatto, Ghizzoni affidò il dossier Etruria per una valutazione a una manager di prima linea del gruppo, Marina Natale, responsabile delle strategie del gruppo fino al marzo scorso.

La sequenza degli eventi che sembra delinearsi farà vacillare la fiducia di palazzo Chigi nei confronti del sottosegretario: Maria Elena Boschi, a titolo personale, in quanto figlia di Pier Luigi, vicepresidente di Etruria, prova a cercare una soluzione per la banca che a inizio 2015 era a un passo dal commissariamento da parte della Banca d’Italia con la quale i rapporti del governo erano abbastanza difficili (vedi pezzo a fianco). Le occasioni di incontro con banchieri non mancavano certo, anche per un ministro privo di deleghe finanziarie come la Boschi, che si occupava di riforme e rapporti col Parlamento. Per esempio il convegno degli operatori finanziari Assiom Forex, il 7 febbraio 2015: c’era Ghizzoni e la Boschi dichiarava alle agenzie che “Banca Etruria è l’unica banca, fra quelle toccate dalla riforma (del governo che impone la trasformazione in Spa, ndr), che aveva già deciso la trasformazione in Spa nell’agosto scorso, quindi è al di sopra di ogni sospetto”.

Federico Ghizzoni, come tutti i principali banchieri italiani, non può permettersi di avere cattivi rapporti con il governo. E tutti sapevano, nel 2015 come oggi, che inimicarsi la Boschi avrebbe determinato un’immediata freddezza anche da parte dell’ex presidente del Consiglio e segretario del Pd, Matteo Renzi. Il banchiere non risponde alla Boschi con un diniego secco, come pure avrebbe potuto, considerate le esigenze di rafforzamento patrimoniale di Unicredit che, già nel 2015, impedivamo ogni operazione “di sistema”, come in Italia vengono definite quelle mosse da ragioni più politiche che finanziarie. Il manager prende tempo e sottopone il dossier a Marina Natale, una delle figure apicali della banca: entrata nell’allora Credito Italiano alla fine degli anni Ottanta, la dirigente lombarda ha scalato posizioni arrivando a ricoprire una delle posizioni più alte durante la gestione di Alessandro Profumo, che la promosse capo della finanza. Era vicinissima a Profumo, poi con Ghizzoni è diventata vice direttore generale, responsabile per le strategie e nel settembre 2016 ha lasciato Unicredit dopo una riorganizzazione dal nuovo ad Jean Pierre Mustier. Oggi Natale siede nel cda di Mediobanca, partecipata di Unicredit, e guida da pochi giorni la potente Fiera di Milano.

È lei a prendere in mano il dossier sul possibile intervento a favore di quella che già nel febbraio 2015 era una banca decotta, cioè Etruria. L’istruttoria si chiude nell’unico modo sensato: con Ghizzoni che respinge le indicazioni della Boschi, forte delle analisi della Natale. Bankitalia poi ha commissariato Etruria, a novembre 2015 il governo Renzi ne ha imposto la “risoluzione” con un decreto i cui contenuti erano stati elaborati da Bankitalia. Il prezzo troppo basso fissato per i crediti a rischio di Etruria e delle altre banche “salvate”, con le sofferenze valutate 22 euro ogni 100 prestati, ha innescato un sisma nel settore bancario che ha contribuito a rendere più urgente l’aumento di capitale di Unicredit da 13 miliardi, completato nel febbraio del 2017. E il cerchio si chiude.

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