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“Quando ci arrestano?”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Ormai è ufficiale. Il caso Consip è tutto un complotto del pm Woodcock e del Fatto Quotidiano. Tiziano Renzi ha dichiarato a verbale che la notizia di essere indagato a Napoli l’ha appresa dal nostro Marco Lillo (che, astuto come una volpe, avrebbe avvertito lui anziché scriverlo sul nostro giornale). Quanto a Henry John Woodcock, le sue colpe sono note da tempo: fin dalla più tenera età, si ostina a osservare i precetti della Costituzione scritta, tipo che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, anziché di quella materiale, tipo “non disturbare il manovratore” e “quieta non movere et mota quietare” (non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato) – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 13 maggio 2017, dal titolo “Quando ci arrestano?”. Dunque è di nuovo nel mirino di politici, media e alti magistrati, come gli accade da quasi vent’anni, cioè da quando, giovane pm a Potenza, cominciò ad affacciarsi sulle cronache nazionali. Si disse che indagava per finire in copertina, ma erano i personaggi in cui si imbatteva nelle sue indagini che erano da copertina, non lui (che non ha mai rilasciato interviste sulle sue inchieste in vita sua). E lo erano perché il potere in Italia è talmente marcio che, quando un pm fa seriamente il suo mestiere, ovunque si trovi, anche in Lucania, è facile che incappi in pezzi grossi della politica, dell’economia, della Pubblica amministrazione, delle forze dell’ordine, della magistratura. Basta sollevare un sasso o grattare un intonaco, e subito saltano fuori i vermi. Chi non vuole grane, ma solo campare in santa pace, fa finta di niente, si gira dall’altra parte, o si contenta dei vermiciattoli di superficie, richiudendo subito il pertugio prima che venga fuori il grosso del verminaio.

Lui no: si accanisce a scavare ancora per ricostruire tutta la trama, fino ad afferrare il vermone capo o la pantegana regina della cloaca. Un masochista, incurante della sorte toccata a tanti colleghi come lui. Tutte le grandi inchieste sul potere in Italia sono sempre nate da uno spunto casuale che mai, sulle prime, avrebbe fatto immaginare gli sviluppi successivi. Mani Pulite scaturì da una causa per diffamazione intentata da Mario Chiesa a un cronista de Il Giorno per un articolo sul racket del caro estinto al Pio Albergo Trivulzio, incrociata dal pm Antonio Di Pietro con una banale causa di separazione e alimenti fra il ras socialista dei vecchietti e l’ex moglie. E, tirando il filo fino al bandolo della matassa e seguendo le tracce dei soldi senza alcuna fretta di chiudere subito, venne giù tutta Tangentopoli. Lo scandalo Toghe Sporche nacque da un libretto al portatore di B., usato per saldare una parcella all’avvocato Vittorio Dotti.

E Dotti l’aveva girato alla fidanzata Stefania Ariosto per pagarle un mobile di antiquariato. Interrogando la Teste Omega, il pool di Milano scoprì che B. comprava giudici e sentenze tramite i suoi avvocati Previti & C. Idem per lo scandalo Consip: Woodcock indaga sullo smaltimento dei rifiuti speciali all’ospedale Cardarelli di Napoli, il che spiega perché impiega il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri (Noe). Di lì, dalla ditta appaltatrice di Alfredo Romeo e dai sospetti legami con esponenti della camorra, si scopre da intercettazioni e pedinamenti che l’imprenditore usa come “facilitatori” Tiziano Renzi e il fido Carlo Russo per entrare dalla porta principale alla Consip, dove punta all’appalto più grande d’Europa da 2.7 miliardi e ha già corrotto il dirigente Marco Gasparri con 100 mila euro. I due pizzini di Romeo recuperati dal Noe nel cassonetto della spazzatura dei suoi uffici romani dimostrano l’intenzione di retribuire babbo Tiziano con 30 mila euro al mese e Russo con 5 mila a bimestre. Ma sul più bello l’indagine viene rovinata da varie fughe di notizie. Già a ottobre il padre dell’allora premier viene a sapere che si indaga su di lui a Napoli per i rapporti con Romeo, anzi per un loro incontro, da lui confessato al sindaco di Rignano Daniele Lorenzini e raccontato anche dal commercialista napoletano Alfredo Mazzei (invece la frase “L’ultima volta che ho incontrato Renzi”, erroneamente attribuita a Romeo, era del suo consulente Italo Bocchino: uno dei due presunti falsi contestati al capitano del Noe Giampaolo Scafarto). Questa è la genesi dell’indagine, che non parte dalla volontà di “incastrare” la famiglia Renzi: ma da un appalto ospedaliero che nessuno poteva sospettare avrebbe portato da Napoli a Rignano sull’Arno, la Betlemme renziana. Ora però fa comodo raccontarla in un altro modo, il solito: se uno ha la febbre non è colpa della malattia, ma del termometro. Quindi l’inchiesta Consip arriva a babbo Renzi, e poi ai renziani Lotti, Del Sette, Saltalamacchia, Marroni e Vannoni non perché, a vario titolo, si sono interessati di appalti Consip o di fughe di notizie e poi si sono accusati a vicenda, ma per una congiura targata Woodcock e Noe.

I fatti, cioè i pizzini, le intercettazioni, le testimonianze, i documenti, spariscono. Anzi, si enfatizza l’inchiesta sull’inchiesta aperta a spron battuto a Roma per un paio di errori nell’informativa investigativa di Scafarto, che non inficiano uno solo degli indizi-chiave sugli indagati, e si perde di vista l’inchiesta-madre, che intanto va a rilento.

Ieri, l’apoteosi: una raffica di titoli suggestivi di giornali e tg sul verbale (reso pubblico poche ore dopo l’interrogatorio) del capitano Scafarto, come se questi avesse indicato in Woodcock il suggeritore o il mandante di uno di quegli errori: un paragrafetto dell’informativa sui sospetti di interventi dei servizi segreti nell’inchiesta. Sospetti che – scrivono gli smemorati “colleghi” – erano infondati.

Infondati un paio di palle: Bocchino incontrava l’ex Sismi Marco Mancini e l’ex capocentro della Cia in Italia Robert Gorelick; l’iPhone di Scafarto era probabilmente infettato da un virus spia, visto che appena acceso dopo la ricarica diventava incandescente e si scaricava all’istante; ogni mossa del Noe era nota alle alte sfere dell’Arma e agli indagati in tempo reale; e restano da identificare due dei soggetti che spiavano il Noe durante il recupero dei pizzini, mentre un terzo si è già rivelato un passante (il secondo falso contestato a Scafarto, che non lo precisò nell’informativa) e un altro tizio sospettato di appartenere all’Aise si è poi scoperto un collaboratore di Romeo. Quindi che fece Woodcock? All’ufficiale che gli raccontava questi episodi, consigliò di dedicarvi un paragrafo della sua informativa. Capito lo scandalo?

Le informative investigative non sono atti pubblici, ma rapporti segreti a uso esclusivo dei pm, suscettibili di approfondimenti, integrazioni ed errata corrige nel prosieguo dell’inchiesta. E nessuno degli errori di Scafarto – simili a mille altri contenuti in moltissime indagini, spesso anche con conseguenze molto gravi – ha avuto alcuna conseguenza: nessuno è stato indagato, o perquisito, o arrestato, o sospettato in base a quelle sviste innocue. Inoltre, non tutto il materiale che la polizia giudiziaria raccoglie finisce nelle informative: solo ciò che è ritenuto penalmente rilevante. Provvedono poi i pm, gli avvocati e i giudici a recuperare gli eventuali elementi trascurati, ignorati o travisati. Perciò Scafarto non segnalò la millanteria di Tiziano Renzi che, pur sapendo delle indagini fin dai primi di ottobre 2016, raccontò a questo e quello di averle apprese da Lillo (che a inizio novembre lo contattò per verificare notizie di stampa su un’altra inchiesta, quella per la bancarotta della sua Chil Post). I pm di Roma lo sanno benissimo, perché hanno il verbale del sindaco Lorenzini, che racconta in presa diretta la fuga di notizie di ottobre. Eppure han contestato a Scafarto anche di non aver citato la balla di babbo Tiziano su Lillo.

In questa campagna elettorale permanente che trasforma tutti – giornaloni, telegiornaloni e magistratoni – in manifesti di partito, i fatti non contano più nulla. Preparatevi, cari lettori: stanno per raccontarci che lo scandalo Consip non esiste, nessuno ha fatto nulla e che babbo Renzi & C. sono indagati per un complotto di Woodcock, di Scafarto e del Fatto. Ora attendiamo a pie’ fermo gli avvisi di garanzia e, possibilmente, i mandati di cattura. Vista l’ottima compagnia, saranno medaglie.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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