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Luca Telese: “La telefonata drammatica tra Renzi e il padre e la sensazione di spiare dal buco della serratura”

Lui e la Boschi sono il rovesciamento dell’abitudine, sono figli che finiscono nei guai per colpa dei padri: la Boschi alla prese con quel papà che inizia la carriera da vicepresidente di Etruria proprio quando lei diventa ministro, Renzi che vede il padre cercare di entrare nel grande giro proprio quando lui diventa leader

(di Luca Telese – tiscali.it) – Leggi questa intercettazione fra Matteo Renzi e il padre, questo dialogo drammatico, segnato forse dalla consapevolezza di essere intercettato, o forse dall’avventatezza dell’imprudenza, e la prima sensazione che provi ovviamente, è quella di guardare le cose dal buco della serratura. Ti sembra di entrare a rubare in casa d’altri, di ritrovarti in un angolo di una stanza, testimone involontario di un fatto privato.

Recita o rabbia vera?

Il primo dubbio è già nella visuale che ha da questo spazio abusivo: Renzi non poteva non sapere che il padre fosse intercettato. Tuttavia parla. Domanda: non poteva farne a meno perché il dubbio lo corrodeva e gli imponeva un chiarimento immediato? È stato travolto dall’emozione e dall’ira, fino a dimenticare le minime precauzioni? Oppure ha recitato consapevolmente? Conta poco.

Accusa fondata

Dentro questo dialogo c’è comunque la certificazione di una verità: se c’è uno che credeva (e crede) alla sostanza e alla fondatezza dell’accusa contro – malgrado quello che era tenuto a dire un pubblico – Tiziano Renzi è lui. Se c’è uno convinto che il signor Tiziano possa avere fatto traffico di influenze è il leader del Pd. Però ovviamente questo è solo un dettaglio. Già gli anti-renziani di maniera vedono in questi dialogo una cruda e potenziale notizia criminis, mentre invece i filorenziani irriducibili e romantici (vedi uno di quelli che ha espresso al meglio questo sentimento ne sui post, Claudio Velardi), decantano questo dialogo come se fosse un trattato di virtù morale. Che bello, dicono Velardi (e quelli che la pensano come lui), che tempra questo figlio che grida al padre: “Non dire bugie, non ti credo!”.

I precedenti

La prima riflessione da fare, però, prima di far tintinnare manette o di sollevare la toga dell’accusa, è quella sulla ennesima trappola fatale del tengo-famiglia italiano: il Rolex regalato del figlio di Maurizio Lupi che costò un posto da ministro al leader dei centristi di centrodestra, il fidanzato Gianluca Gemelli, che costrinse alle dimissioni Federica Guidi con le sue pressioni lobbistico-sentimentali, il marito (leghista) di Cecile Kienge che inseguì con la sua gelosia aggressiva da stalker la ministra dell’integrazione non integrata a casa (tormentando la sua carriera con spirito di rivalsa e interviste al curaro), le debolezze di Umberto Bossi per il povero “Trota” che misero fine alla prima vita della Lega (con la tragicommedia a puntate della laurea in Albania), i metri quadri della palestra-casa della ministra Iosefa Idem (una variante di familismo catastale), il dramma di Gianfranco Fini stretto nell’abbraccio asfissiante e affaristico della Tulliani family nella vicenda-simbolo della casa di Montecarlo – solo per citare alcuni casi – sono la cifra di un vizio italiano, un destino di condanna irrevocabile.

Siamo come chi votiamo

I nostri politici assomigliano alla rappresentazione peggiore della debolezza nazionale, l’incarnazione di quella famosa bandiera che secondo Leo Longanesi aveva scritto sopra il motto “tengo famiglia”. Qui però c’è un salto evolutivo: Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sono il rovesciamento dell’abitudine, sono figli che finiscono nei guai per colpa dei padri, sono il salto evolutivo e generazionale del problema, eredi di successo, esecutori testamentari di ambizioni inespresse, piccole vanità, intrallazzi maldestri, che si ritrovano invischiati nell’improvvida faciloneria dei genitori: la Boschi alle prese con quel papà che inizia la carriera da vicepresidente di Etruria proprio quando lei diventa ministro, Renzi che vede il padre cercare di entrare nel grande giro proprio quando lui diventa leader.

Il bruscolino nell’occhio altrui

Quello che espone Renzi e la Boschi non è solo la situazione oggettivamente sconveniente, ma anche il loro codice di comportamento pregresso. Quando era successo ad altri, e loro erano in ascesa, Maria Elena e Matteo erano andati giù dritti come caterpillar: chiedendo ed esigendo dimissioni immediate, facendo rotolare teste. Prima di ritrovarcisi dentro, infatti, gli uomini della Leopolda avevano sventolato le bandiere della meritocrazia, usato senza dubbio alcune disgrazie politiche degli avversari politici, distillato dichiarazioni algide e ultimative sia sulla Idem, sia su Lupi (che sulla vicenda diversa, ma simile della ministra Cancellieri), spinto gli indagati alle dimissioni senza farsi troppi scrupoli garantistici.

Esempi di doppiopesismo

Prima ancora del garantismo, quindi, hanno dei problemi con il loro doppiopesismo. Il primo dazio che pagano, dunque, non è quello alla furia giustizialista, ma quello alla propria coerenza. In questo dialogo intercettato di Renzi, poi, il figlio premier ravvisa – e lo dice – elementi per abbandonare le primarie, ammonisce il padre di raccontare “tutto” ai magistrati (ma anche di omettere la presenza della madre ad un evento “sennò la interrogano”), gli nega la presunzione di buona fede. Umano, umanissimo. Peccato che per tutto il mese di aprile il premier – in pubblico – se la prenderà con la stampa, con i giornali, e persino con quei magistrati che avrebbero falsificato carte dell’inchiesta per mettere in cattiva luce.

Il Matteo familista

Insomma, confesso: il Matteo familista e disperatissimo della strigliata al padre mi fa simpatia. Quello che predica bene e razzola male in pubblico, meno. Il primo, perlomeno, entra dentro una grande storia italiana con il senso del dramma. Il secondo naviga e si tiene a galla con l’antico codice della furbizia. Oggi Renzi è di fronte ad un bivio tra queste due identità: puó restare piccolo restando a galla in attesa dell’oblio. O invece può diventare grandissimo raccontando senza calcoli l’imperfezione e l’umanità di una storia vera. Potrebbe essere il primo che diventa grande raccontando i suoi difetti piuttosto che esibire una facciata di cartapesta.

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