Cronaca/Inchieste/Interno/Politica

La strada per il potere ha le culle vuote

(Michele Farina per il Corriere della Sera) – Durante un’ intervista alla radio, pochi giorni fa, hanno riproposto a Theresa May la questione dei «figli mancanti»: che impatto ha avuto sulla sua vita il fatto di non essere madre? Che persona (sottinteso: che politica) sarebbe oggi avendo all’ attivo uno o più marmocchi? Forse perché in campagna elettorale, la premier britannica non ha mandato a quel Paese l’ intervistatore.

«Non poter avere figli è stato molto triste – ha risposto – ma la religione mi è stata di aiuto». Sul Guardian , Afua Hirsh attacca: «Perché Theresa May dovrebbe rispondere a domande simili?». Si sa, la storia dei figli – avuti/desiderati/ non voluti – viene spesso usata come arma contro le donne. A volte dalle donne stesse. L’anno scorso una rivale della May nella corsa alla leadership Tory fu costretta al ritiro dopo aver insinuato che lei, essendo mamma, era più qualificata a dirigere la cosa pubblica.

In Germania la capa dell’estrema destra Frauke Petry è stata più esplicita: Angela Merkel «non pensa al futuro dei tedeschi perché non ha avuto bambini: io invece ne ho quattro». La cancelliera non ha replicato. Dopotutto è soprannominata «Mutti» (mamma). La metafora genitoriale per chi sta al potere è storia vecchia, solitamente maschile (i «padri della patria») anche se oggi sempre meno calzante (almeno in Europa). Con l’avvento di Emmanuel Macron all’ Eliseo, l’Europa aggiunge un altro nome alla lista dei «childless leaders».

Coincidenza o tendenza? Riflesso di una denatalità diffusa o prova (come perfidamente sostiene a Londra Sarah Vine, moglie del premier mancato Michael Gove) che la via del potere è più agevole per chi, come Theresa May, non ha dovuto pensare alla scuola dei pupi?

È un fatto: i maggiori Paesi del Vecchio continente (la Germania, la Francia, l’Italia, l’uscente Gran Bretagna, forse la nuova entrante Scozia) oggi sono guidati da politici senza figli. Uomini e donne. La questione, naturalmente, si pone all’ opinione pubblica più per le seconde che per i primi. Nessuno si sognerebbe di chiedere a Macron che razza di presidente sarebbe se avesse in giro per casa biberon e pannolini.

È vero che, a volte, anche gli uomini al comando devono sottostare alle domande sui presunti «vuoti» nella loro vita privata. Il premier olandese Mark Rutte rispondendo al popolare giornale Margriet si è definito «single felice», pur affrettandosi a non escludere che «un giorno o l’ altro potrebbe sposarsi e avere figli».

Il Lussemburgo è guidato da Xavier Bettel, l’unico capo di Stato al mondo a essere apertamente gay, per il quale al momento la questione figli non si pone. È una questione spesso virata in chiave sessista, come quando il Sunday Times ha intervistato la leader scozzese Nicola Sturgeon: lei ha raccontato di aver subito un’ interruzione di gravidanza a 40 anni, il giornale ha corredato l’ articolo con un riquadro sui «politici senza figli»: la lista era lunga, tutta al femminile.

E il caso è stato stigmatizzato da esponenti di diversi partiti. Un altro motivo di lontananza fra Europa e Stati Uniti. Oltre Atlantico i figli sono sempre parte stabile del profilo familiar/elettorale (e dell’ iconografia) di ogni presidente. Dal piccolo John John che razzola tra le gambe di Jfk nella Sala Ovale alla giovane Ivanka Trump che in quella stessa sala fa da consigliera al padre. Famiglie numerose alla Casa Bianca, surrogato delle royal family in Europa.

Dove i reali continuano a sfornare infanti (che invecchiano aspettando che i nonni si facciano da parte) mentre i palazzi della politica si svuotano di bambini. Non tutti. C’ è chi, come il premier svedese Stefan Lofven, ha adottato i figli della compagna. E chi, come ha detto alla radio Theresa May, se ne fa una ragione. Di certo, i figli non sono garanzia di buona politica. Il presidente sudafricano Jacob Zuma, il peggior sostituto che Nelson Mandela potesse avere, ne ha fatti 22. E giura che non è finita .

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