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“Gli scudi umani”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Quando c’era B. uno stuolo di impiegati ben pagati, detti “giornalisti” solo perché iscritti al relativo Albo, si precipitavano a dargli ragione anche sulla cazzata più inverosimile. Poi però lui se la scordava e ne diceva subito una opposta, e gli stessi scudi umani si gettavano a capofitto a dargli ragione pure su quella. Non avendo una faccia né una reputazione da difendere, non temevano di perderle: potevano sostenere tutto e il suo contrario a seconda delle bizze, degli umori e dell’arteriosclerosi del padrone che pagava lo stipendio. Veniva quasi il sospetto che lui, perfido, sotto sotto li disprezzasse e si divertisse a dire e disdire solo per metterli in imbarazzo (come se i servi potessero provare un sentimento così nobile) – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 18 maggio 2017, dal titolo “Gli scudi umani”.

Nel 2006 sparò: “Nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi”. Subito, anziché chiamare l’ambulanza, gli scudi umani si scatenarono a caccia di prove storiche a suffragio della monumentale baggianata. I più lesti, Renato Farina e F.F. (quello con lo chatouche), si misero a disquisire su Libero e Giornale di missionari in Cina e cannibalismi in Corea. Intanto l’ambasciata cinese protestò col governo e B., per evitare di entrare in guerra pure con la Cina, ritrattò: “Ho fatto un’ironia discutibile”. E chi fino a un minuto prima giurava che era tutto vero scoppiò a ridere a comando: “Che mattacchione!”.

Undici anni dopo la scena si ripete paro paro con Renzi, anche perché i servi sono sempre gli stessi, cambia solo il destinatario delle lingue. L’intercettazione svelata dal Fatto è troppo grossa per nasconderla (almeno per i giornali: Pd1, Pd2 e Pd3, a gentile richiesta, occulterebbero anche la terza guerra mondiale). Dunque va geneticamente modificata in quattro mosse.

1)Si enfatizza la fuga di notizie come indecenza puzzolente, più importante del contenuto della notizia, mentre quelle su B. e la Raggi erano Chanel n.5. La Procura di Roma dà una mano, annunciando coram populo un’inchiesta segreta sulla violazione del segreto (cosa che non aveva fatto per casi anche più gravi), mentre l’Ansa rivela che Marco Lillo è iscritto nel registro degli indagati (notizia coperta da segreto, sulla cui violazione la Procura non mancherà d’indagare).

2) Si omettono le frasi più compromettenti della telefonata. Renzi che imbecca il babbo alla vigilia dell’interrogatorio (“non dire che c’era mamma, altrimenti interrogano anche lei”). Tiziano che, incalzato dal figlio, non esclude di aver incontrato Alfredo Romeo “al bar”. Matteo che giudica l’inchiesta del famigerato Woodcock e del putribondo Noe “una cosa molto seria” (“andrai a processo”). E grave anche sul piano etico-politico (“stai distruggendo un’esperienza… lascerò le primarie”). Poi ricorda al padre che “in passato” fu interrogato da “Luca”(Lotti?) e “non gli hai detto la verità… e non farmi aggiungere altro”. Il che – secondo chi scrive – rende improbabile che Renzi sapesse del babbo ancora intercettato dopo il trasloco dell’inchiesta da Napoli a Roma.

3) Anziché sottolineare gli inquietanti riferimenti a mamma, a Luca, al bar e all’“altro” che Renzi non vuole “aggiungere”, e prendere atto che il Renzi privato dice l’opposto del Renzi pubblico, si sbatte in prima pagina l’unica frase che non risulta aver detto (forse l’avrà pensata), ma fa molto comodo a lui: “Devi dire tutta la verità ai magistrati” (Repubblica e Corriere), “Niente bugie ai pm” (Messaggero), “Di’ la verità ai giudici” (Libero). È quello che lui tenta di far credere. Ma nel sunto degli investigatori “ai pm” non c’è: c’è solo “devi dire la verità” e “devi riferire tutto”. Gli unici destinatari esplicitati dell’auspicata “verità” paterna sono Matteo, Luca e l’avvocato Bagattini. Anzi: Renzi si riferisce esplicitamente ai pm solo quando intima al padre di non dire la verità sulla madre.

4) Si sostiene che Renzi ne esce come uno statista irreprensibile, come prova a far credere lui (“il Fatto mi fa un regalo”), salvo poi smentirsi subito strillando alla “gogna” e minacciando cause per danni, mentre i suoi strepitano e tal Orfini delira di “attacco alla democrazia” per “colpire il Pd” (come se, per la bisogna, non bastasse lui). E qui gli scudi umani si superano, sposando entrambe le sue opposte verità: sia quella del “regalo” sia quella della “gogna” con danni. Come se uno scienziato si dichiarasse copernicano (la terra gira intorno al sole), ma anche tolemaico (il sole gira intorno alla terra). Un caso psichiatrico di schizofrenia collettiva. O un caso umano di leccaculismo a prescindere.

E così la telefonata diventa la cartina al tornasole non solo dell’essenza del renzismo, ma anche del giornalismo nostrano. Sentite Federico Geremicca, aedo renziano della Stampa: “Sapeva di essere intercettato e per questo veste i panni dell’inflessibile uomo di Stato”. Non è meraviglioso? Mentre elogiano lo statista di Rignano, senz’accorgersene gli danno del bugiardo matricolato: se compie un gesto nobile (che peraltro non pare risultare dagli atti), la sua non può essere che una sceneggiata. Lui però dovrebbe ringraziare il Fatto che ha abboccato all’amo e gli ha fatto fare un figurone: invece strilla e fa strepitare i suoi.

Ora, non possiamo pretendere che Pinocchio diventi sincero dall’oggi al domani. Perciò ci appelliamo ai valorosi colleghi: ragazzi, fateci capire. Gli abbiamo fatto un regalo o un danno? Dobbiamo credere al Renzi privato o al Renzi pubblico? Capite bene che l’uno esclude l’altro: la prossima volta, sincronizzate le lingue. Se poi voi che avete accesso al Sancta Apostolorum foste un po’curiosi di sapere chi era Luca, di che parlava con babbo Renzi, quali bugie gli disse Tiziano, in quale “bar” incontrò Romeo e cos’“altro” Matteo non vuole “aggiungere”, fategli una domandina. Non è difficile, ce la potete fare. Grazie.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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