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Nel Pd aleggia il terrore che dalle Procure saltino fuori altre intercettazioni

(Elisa Calessi per Libero quotidiano) – Ci sarà un secondo round. E, forse, peggiore del primo. «La bomba scoppierà in autunno», confidava, ieri, un importante esponente del governo a un amico parlamentare. E il bersaglio sarebbe sempre lui, Matteo Renzi. La «bomba» di cui si parla – e chi lo fa, ne parla a ragion veduta – sarebbe un altro capitolo del filone Consip, un caso che riguarda di nuovo i rapporti tra imprenditori e “Giglio Magico”.

Questa volta, però, secondo l’ autorevole fonte che ha fatto la confidenza, Renzi sarebbe toccato più da vicino. Di più: il caso riguarderebbe proprio lui, non parenti o persone a lui vicine. Ci sarebbe, insomma, un salto di qualità in quella che i renziani definiscono «la gogna mediatica» per far fuori “Matteo”. Anche per questo, negli ultimi giorni, la tentazione di votare tra settembre e ottobre è tornata a farsi sentire.

Non che il segretario del Pd abbia mai abbandonato questo disegno. «Ce l’ha sempre in testa», dice chi lo conosce. Ma in questi giorni, dopo la doppietta editoriale rappresentata dal libro di Ferruccio De Bortoli con le rivelazioni sul caso Banca Etruria e da quello di Marco Lillo con la telefonata tra lui e il padre, la tentazione di votare il prima possibile è tornata molto forte.

Per giocare in anticipio. Per prendere in contropiede quei “poteri forti” che, con mezzi leciti e meno, falsificando atti di inchiesta o, come ha scritto ieri Renzi su Facebook, arrivando a «violare la legge», con la pubblicazione di «intercettazioni illegittime» (vedi quella del padre), hanno un obiettivo: farlo fuori politicamente.

Evitare che torni a Palazzo Chigi. «Non è un caso che dopo la vittoria alle primarie, siano emerse queste rivelazioni», si dice. Ovvio che, se in autunno, a pochi mesi dalle elezioni, dovesse scoppiare una bufera giudiziaria che lo coinvolge, sarebbe azzoppato. Al di là delle responsabilità oggettive, che, come sempre, verrebbero accertate negli anni.

Del resto, che il filone Consip non sia esaurito è un segreto di Pulcinella. Come è uscita la telefonata tra Renzi e il padre, così, si ragiona nel Palazzo, potrebbero uscirne altre. Non solo nel libro di Lillo. Ieri, per esempio, tra i dem c’ è chi puntava il dito sulla strana sequenza temporale: la telefonata tra il padre e “Matteo” è del 2 marzo. Ma dal momento in cui viene registrata, poi ascoltata e quindi trascritta devono passare almeno alcune settimane. Il 10 aprile Giampaolo Scafarto, il carabiniere del Noe indagato per aver manipolato gli atti, viene interrogato dalla procura di Roma. Dunque è sotto indagine da vari giorni.

Da quando? Possibile che Scafarto abbia fatto tutto da solo? Quante altre persone hanno ascoltato quel materiale e quanto materiale ancora c’è? Intanto le rivelazioni continuano. Daniele Lorenzini, sindaco di Rignano sull’Arno ed ex Pd, ieri a Un Giorno da Pecora, ha confermato il verbale pubblicato dal Fatto in cui diceva che Tiziano Renzi era preoccupato di essere arrestato. «Se questo è il verbale, è quello che probabilmente io ho detto, sono andato a testimoniare quello di cui ero a conoscenza».

Il Pd prova a contrattaccare: «Qui c’è qualcosa di più profondo dell’ aggressione al Pd e al suo segretario. C’è qualcosa che riguarda il funzionamento della democrazia italiana e che dovrebbe allarmare tutti quanti», scrive Matteo Orfini. Un fedelissimo di Renzi si sfoga: «Se andiamo al governo con Berlusconi, la prima cosa che si fa è una legge seria sulle intercettazioni».

Non mancano, però, le polemiche. La più puntuta arriva da Giorgio Napolitano che accusa di «iprocrisia paurosa» chi (il Pd) oggi grida «contro l’abuso delle intercettazioni». Si tratta, ricorda, di «una questione aperta da anni e con sollecitazioni molto forti da parte delle istituzioni». Parole che fanno infuriare i renziani, confermando il sospetto che anche l’ex presidente lavori contro “Matteo”.

Un altro fronte caldo è quello della riforma del processo penale, che fra pochi giorni arriverà alla Camera dei deputati. Renzi non vuole sia messa la fiducia. Ma in questo modo, accusano gli orlandiani, il rischio è che torni al Senato e finisca in un binario morto. Ma il pensiero di Renzi è altrove. E anche il balletto sulla legge elettorale, si dice, punta a questo: dimostrare che il Parlamento non riesce a fare alcuna riforma. Quindi, andare a votare.

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