Cronaca/Interno/Politica

Marcia Milano: versioni a confronto

LA SINISTRA FINISCE SOTTO LA SUA MARCIA CONTESTANO PIÙ MINNITI CHE SALVINI

(Mario Giordano per la Verità) – Qualcuno ci marcia. Sugli immigrati, dico.

Perché il corteo che sfila per il centro di Milano non è soltanto un bizzarro insieme di canne e ipocrisia, tuniche africane e cachemire da via Montenapoleone, disperati raccattati all’ angolo e fighetti appena usciti dall’ aperitivo al Diana, macché: è anche un altro atto, l’ ennesimo, dell’ eterno scontro nella sinistra italiana.

Pd o non Pd, Renzi o D’ Alema, centri sociali o salotti buoni: sulla pelle degli immigrati, dietro le bandiere nobili dell’ antirazzismo, si nasconde un assai meno nobile regolamento di conti interno. Lotta dura, accoglienza senza paura: dicono di voler aprire le porte a tutti, ma intanto se le sbattono in faccia fra compagni.

Il corteo è un successo di partecipazione, non saranno gli 80.000 proclamati dall’ assessore Pier Francesco Majorino, ma sono tanti, più o meno cammellati, più o meno convinti. Ma il paradosso è che il successo della marcia rischi di trasformarsi in un boomerang per la sinistra che l’ ha organizzata: non può sfuggire, infatti, il dato politico essenziale. E cioè che il bersaglio principale dei partecipanti non era la destra, ma il Pd; non la Lega, ma il governo. In mezzo ai bonghi e ai fischietti, infatti, sono stati visti e sentiti pochissimi slogan contro Salvini.

Erano tutti troppo impegnati a contestare Minniti. Bollato con una serie di epiteti, fra cui possiamo citare solo il più delicato: «Razzista».

«No Minniti-Orlando», portavano scritti alcuni in cartelli prestampati. «Nessuno è illegale», scandivano altri. Su alcuni manifesti si arrivava a dire no ai tentativi di accordo con la Libia, altri equiparavano il decreto dell’ attuale ministero dell’ Interno ai peggiori provvedimenti del Ventennio. I centri sociali hanno preso la testa del corteo con lo striscione «Pd peggior destra», con cui volevano battezzare l’ intera manifestazione. Il governo è stato contestato, il Partito Democratico pure. l’ assessore alla sicurezza di Milano, Carmela Rozza, Pd, è stata sbattuta malamente fuori dal corteo. D’ Alema e Bersani, invece, accolti a braccia aperte.

Mai vista tanta acrimonia nei confronti del Pd in una corteo organizzato dal Pd. Eh sì, perché la singolarità della manifestazione è questa: a convocarla non sono stati i centri sociali, non le sinistre radicali, non gli arcobaleno-arancioni-tuttifrutti-tutticolori, ma è stata la giunta Sala.

Beppe l’ Illuminato, l’ astro nascente, il virgulto d’ oro dei Democratici. L’ asso nella manica. Il futuro splendente. Ecco: il futuro del Pd organizza un corteo che è una coltellata al cuore al presente del Pd.

L’ ha fatto apposta? Ci si è trovato per caso? Perché ha organizzato questo corteo? Per pagare un prezzo alla sinistra radicale che l’ ha sostenuto in campagna elettorale? O, cinicamente, per usarla contro il governo di cui dovrebbe essere uno dei principali sostenitori?

Qualcuno ci marcia con la marcia, evidentemente. Dentro il corteo, come prevedibile, il solito carico di retorica. «Abbattiamo i muri», «Gli immigrati mi pagano la pensione», «Restiamo umani», «L’ immigrazione è colpa nostra», «Non deve più esserci un noi e un loro».

 C’ erano i bonghi, i tamburi, le trombe, la «barca dei diritti», il gruppo degli indiani, i boliviani con i vestiti a festa, e tante signore ingioiellate di quelle che vogliono centri d’ accoglienza ovunque, purché non a Capalbio. E, s’ intende, sotto casa loro. Ce n’ era una, intervista dalle tv, in borsetta, collana e elegante golfino con le rouches, che discettava di inclusione. «L’ inclusione è la parola più bella che ci sia», diceva.

Ma lei dove abita?, le ha chiesto l’ inviato. «A Milano». Milano dove? «Arco della Pace».

Pieno centro, si capisce. L’ inclusione da quelle parti non dev’ essere difficile.

Al contrario si è vista poca gente di Quarto Oggiaro, poca gente della Bovisa o del Giambellino. In effetti loro, per incontrare gli immigrati, non hanno bisogno di andare a sfilare in piazza Castello. Li incontrano tutti i giorni sotto casa.

 Senza troppa soddisfazione. E, perciò, all’ idea che si possa scendere in piazza per chiedere ancora più stranieri in Italia, ancora più clandestini che si portano via spazi, soldi e lavoro, probabilmente sono pronti a mettere mano ai forconi. Il problema, dunque, a questo punto è tutto del governo: darà retta a questi italiani pronti a impugnare i forconi o a quelli che sfilavano tra le trombette di gioia? Rivendicherà il successo del corteo o ne prenderà le distanze? Proseguirà sulla linea Minniti o darà ragione a quelli che in piazza scandivano «No Minniti», «Minniti fascista»?

Al di là delle parole di circostanza, dico. Da domani: che farà il Pd di governo? Sconfesserà sé stesso o quei (presunti) 100.000? Starà con la piazza di Sala o contro di essa? O, con qualche imbarazzo, cercherà di tenere come al solito il piede in due scarpe? Il dibattito continua, il congresso Pd non finisce mai. Evidentemente sugli immigrati qualcuno ci marcia. E peccato che mentre qualcuno ci marcia, l’ Italia, purtroppo, ci marcisce.

PROFUGHI, MARCIA IPOCRITA DI CHI LI USA PER FAR SOLDI MA LONTANO DA CAPALBIO

(Stefano Zurlo per il Giornale) – Litigano su tutto ma quando c’ è da marciare si mettono tutti in fila. La sinistra, le sinistre. Pacifisti. Terzomondisti. Ambientalisti. Vip e centri sociali. Pronti a inzuppare di buonismo slogan che in realtà delegittimano lo Stato, già sbrindellato per i fatti suoi, rapidi nel martellare le forze dell’ ordine, già in difficoltà nella casbah metropolitana, abili nel prendere di mira, paradosso dell’ utopismo, un ministro di sinistra come Marco Minniti.

Già visto tante volte: ecco il sindaco Beppe Sala, con fascia tricolore e mamma al seguito, che svolta a sinistra dopo le polemiche e le tensioni dei giorni scorsi.

Avrebbe potuto scegliere una linea più soft, si consegna all’ ideologia radicale. Ecco Pier Luigi Bersani e Massimo D’ Alema, vecchie glorie che risplendono per un giorno, ecco l’ immancabile fondatore di Emergency Gino Strada ed Emma Bonino che non si discute.

Potrebbe essere il giorno dello sciopero generale, o una manifestazione contro il governo Berlusconi, come andava di moda qualche anno fa. Ma i colori vintage non piacciono a nessuno e allora la bussola aggiorna la direzione: i migranti, i barconi, l’ inclusione, la sicurezza. Il tema è, sarebbe, alto e appassionante: dire no ai muri e si ai ponti è il messaggio di Papa Francesco e una scelta di fondo che interroga l’ Occidente.

Ma quando queste questioni vengono declinate dalla piazza si trasformano inevitabilmente in frecce avvelenate: contro le istituzioni, contro il tentativo, peraltro balbettante, di mettere un argine al caos che tutto avvolge e tutto degrada. Contro.

Certo, l’ happening è nato mesi fa come riproposizione del modello Barcellona, ma mediaticamente è stato battezzato dopo il blitz degli uomini in divisa in Stazione il 2 maggio scorso.

Si poteva mediare e non lo si è fatto, si propone l’ incontro e si va allo scontro, si teorizza l’ inclusione e si esclude una parte, alla fine prevale sempre un’ idea di solidarietà zoppa.

Se la polizia prova a mettere un po’ d’ ordine in città, ecco che gli abbracci e i girotondi perdono d’ intensità fino a scomparire. Ci sono i distinguo e i percorsi personali, per carità, ma cosi si trasmette solo fragilità.

La sinistra bene, quella che abita nella cerchia privilegiata dei Navigli e mangia solo a chilometro zero, reclama i profughi ma sa che andranno a distanza di sicurezza: se poi qualche prefetto sbaglia i calcoli, come è successo, e sistema i migranti vicino ai muri, quelli perimetrali delle villone gauchiste di Capalbio, allora lascia esplodere l’ indignazione.

D’ accordo, non si fa politica solo con la coerenza, ma ci vorrebbe un pizzico di rigore in più. E qualche briciola in meno di affarismo. Mafia capitale, senza voler criminalizzare nessuno, insegna: gli ideali più nobili sono un’ ottima palestra per srotolare trame oblique e soprattutto per fare soldi. Sempre ossequiando i sommi principi.

L’ Anpi e Bella ciao, il 20 maggio come versione solare di un 25 aprile spesso lugubre e piovoso. La Liberazione, anche se non è chiaro da chi. E non aiuta nemmeno la presenza del presidente del Senato Pietro Grasso.

Dal palco suggestiona la folla con parole forti che esprimono un percorso culturale rispettabile: «Chi nasce in Italia e studia in Italia è italiano». Ma questi concetti non tengono conto del contesto che ribolle: mentre si scopriva con sgomento che Hosni prima di estrarre il coltello inneggiava all’ Isis, lui cavillava sulla natura non terroristica di quanto accaduto poche ore prima in Stazione.

È una grande marcia, ma è anche un passo indietro per Milano.

DOV’ERA QUESTA GENTE CHE PARE USCITA DALLE CATACOMBE?

(Piero Colaprico per la Repubblica) – Ma dov’ è stata tutta questa gente che è uscita, verrebbe da dire, da chissà quali catacombe? Dov’ erano per esempio sino a ieri, con le loro bandiere con il leone giallo in campo rosso, che ricordano quelle dei leghisti veneti, i giovani dello Sri Lanka? Hanno i costumi tradizionali, c’ è chi balla e chi sfila con le divise della scuola, a decine mostrano alcuni cartelli vagamente surreali: «Visitate il nostro paese», con le foto del mare.

Dai Bastioni di Porta Venezia è talmente tanta la gente, e a occhio uno su due è straniero, che il corteo parte mezz’ ora prima, alle 14. All’ inizio ci sono 50mila persone, alla fine dal palco si dice che erano centomila, in effetti, siccome i telefonini funzionano come radio militari, si sentivano messaggi di questo genere: «Dove sei esattamente?». E le risposte stupiscono: «Ancora in piazza Repubblica?, ma noi siamo in piazza del Cannone, al Castello, ma com’ è possibile?».

Il sindaco Giuseppe Sala ci ha visto giusto, nel voler rilanciare, in una Milano dove crescono gli investimenti immobiliari e la popolazione universitaria, la marcia pro-migranti di Barcellona. Lo descrivono a volte come un gelido manager, ma non ha detto no alla mamma, Stefania: «Sono orgogliosa, gliel’ ho chiesto io di venire, ho 86 anni, ma capisco – dice – quando bisogna scendere in piazza».

E così, chi sognava il flop, il «meno di diecimila persone », chi pontificava, «Milano non ha bisogno di manifestazioni, tanto si sa che Milano tradizionalmente accoglie», è stato sconfitto. C’ è una Milano che non si nasconde e, almeno in parte, sa che può crescere sia con i cinesi che sfilano dietro al dragone giallo e sia con gli africani che portano a spalle un canotto. Marciano a venti metri di distanza gli scout in divisa e i «Sentinelli», il gruppo che sfila in rappresentanza delle famiglie non tradizionali.

Arabe con il velo e messicani con il sombrero, borchie e crocifissi, mani di Fatima e cornetti. Ballano i peruviani e le peruviane, con costumi teatrali, rigidamente separati, comandati gli uni da un uomo e le altre da una donna con un fischietto. Si capisce immediatamente che la giornata – vale la pena di sprecare un aggettivo retorico – può essere «epocale», nel senso che questo 20 maggio contrassegna un’ epoca, la nostra, ed erano anni che non si vedevano così tante persone, bambini compresi, come quelli della scuola Palmieri, i più allegri con un gigantesco telo arcobaleno, alzare la voce. E manifestare per «un’ Europa che accoglie», slogan che allineano le bulgare con i fiori tra i capelli e il ragazzo con la maglietta «Non sono straniero, sono stranero».

C’ è chi certamente si ostina a vedere l’ immigrazione di un unico colore, quello ritenuto più utile nel voto: il colore della paura, il nero della cronaca. Da Ismail Hosni, l’ accoltellatore scoppiato della Centrale, che scaricava sì i video dell’ Isis, ma pure quelli delle gang latine.

Ad Anis Amri, l’ attentatore di Berlino, ammazzato a Sesto San Giovanni, non mancherà mai materiale per il leghista Matteo Salvini: «Questa è la marcia degli invasori, siamo ostaggi degli immigrati, ci stanno portando la guerra in casa, farò una marcia degli italiani», grida. E, da destra, anche Silvio Berlusconi prova ad attaccare quella che è la sua Milano, sostenendo che il corteo «delegittima le forze dell’ ordine, io non l’ avrei fatto».

Sono parole molto lontane dal fiume di colori, che vanno dal giallo argento delle coperte lucide con le quali si coprono i naufraghi al bianco-rosso di Emergency. Dallo striscione della Camera del Lavoro di Brescia a Pax Christi e al bianco della comunità di Sant’ Egidio, portato da tre ragazze del liceo Berchet e da un giovane nero che dormiva al «Binario 21», nello stesso luogo dal quale partivano i treni per i campi di sterminio. C’ è un gruppone autodefinito «via Padova», i ragazzini di una scuola di teatro con addosso la tuta bianca usata dalla polizia scientifica e ci sono, impresse su un lenzuolo, le mani dei giovani stranieri accolti in una comunità del Giambellino.

Molta musica, di ogni genere, si leva lungo le strade e si cammina come spinti da un vento nuovo, quello di chi, come dice il presidente del Senato, Piero Grasso «Non vuole muri e siamo qui a dirlo anche a chi i muri li vuole, io sono qui per difendere la costituzione e chi nasce e studia qui è italiano».

Lo stesso spirito viene colto dall’ ex segretario Pd Pierluigi Bersani: «Sono qui perché questo 20 maggio è una specie di 25 aprile dei tempi nuovi». Si sono visti don Colmegna, Massimo D’ Alema, Giuliano Pisapia, continuamente braccato da chi gli dice di unire sinistra e centrosinistra, Carlo Petrini di Slow Food, Susanna Camusso della Cgil, e da parte del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni arriva un tweet, «Grazie Milano,sicura e accogliente».

Contro Grasso, contro Sala, contro gli assessori Carmela Rozza e Giancarlo Majorino la sola contestazione è mossa da una quarantina di persone del centro sociale Cantiere, e fa un po’ impressione che il più esagitato sia Leon Blanchard, figlio di un famoso e ricchissimo gallerista. Per loro il Pd è «la peggior destra» e «Minniti razzista», ma la contestazione dedicata anche al ministro dell’ Interno non ha prodotto alcun effetto concreto: «Meglio le contestazioni, che rinunciare alla marcia.

C’ è tantissima gente – dice il sindaco Sala – e so di vivere in una grande città con tante contraddizioni, ma sono convinto che se avessero chiesto ai militari feriti se fosse giusta la manifestazione avrebbero detto di sì. Hanno sofferto ma sono servitori dello Stato. Come sindaco io voglio essere costruttore di ponti e non di muri».

Molto applaudita anche Emma Bonino, che ha rincarato la dose: «Dobbiamo imparare a rimanere umani. Questa è la Milano dell’ integrazione e della legalità e ora fatevi un regalo.

Mettete una firma per voi e per il vostro futuro», e cioè contro la legge Bossi-Fini.

Finite le parole della politica e delle persone, è cominciata la musica e la festa in piazza gestita da Radiopopolare: a qualcuno non piacerà, ma è come se, in nome dei diritti sociali, la Milano che non sta a destra avesse ritrovato un po’ se stessa, quello che era, quello che potrebbe essere.

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