Cronaca/Interno/Politica

Sui voucher Forza Italia vota con il Pd. Mdp: “Il primo voto della nuova legislatura”

(Mauro Bazzucchi – huffingtonpost.it) – L’incidente di fine legislatura è servito. Ora bisognerà vedere se questo sarà consumato, perché sul dove e quando dubbi non ve ne sono: al Senato tra una ventina di giorni. Dopo il voto sui nuovi voucher in commissione Bilancio, che ha provocato il temporaneo abbandono della maggioranza da parte di Mdp, ai cui voti si sono sostituiti quelli di Forza Italia, è lecito chiedersi se non si sia assistito a una prova generale di quello che potrebbe essere l’assetto di governo frutto del Nazareno 2.0, ormai in fase avanzata di gestazione sulla legge elettorale, con ricadute anche su Rai e reintegro della Consulta. Il momento cruciale e forse simbolico è scoccato attorno alle 15, quando al momento di votare l’emendamento della discordia messo a punto in maniera caotica e irrituale dalla maggioranza, i tre componenti orlandiani si sono alzati e hanno guadagnato l’anticamera della sala del mappamondo negando il proprio appoggio alla norma, proprio mentre ai voti dei renziani si aggiungevano quelli dei forzisti.

Maliziosamente, il deputato di Mdp Arturo Scotto, che ha decretato col suo intervento in commissione l’abbandono della maggioranza da parte di Mdp, ha osservato su twitter che più che un voto di fine legislatura si tratta del “primo voto della nuova legislatura”. Certo è che l’atteggiamento di aperta sfida a Mdp assunto un minuto dopo il voto da alcuni renziani doc, in primis il capogruppo Ettore Rosato, costituisce un indizio forte sulla strada che porta alle larghe intese tra i due ex-premier. E non pare casuale nemmeno il tema scelto per il sempre più probabile incidente: quello del lavoro, così delicato nel rapporto col sindacato e con una parte ancora non residuale dello stesso elettorato Dem. Ha avuto modo di verificarlo il ministro Anna Finocchiaro, il cui tentativo di mediazione è stato vano.

Nei corridoi di Montecitorio molti, compresa quella che può essere definita una minoranza silenziosa all’interno del Pd, leggono come non casuale la scelta del lavoro come terreno di scontro, vedendo in questa anche una sorta di “vendetta” nei confronti della Cgil, irriducibile avversario di Renzi sul jobs act e fattore decisivo per la vittoria del no al referendum del 4 dicembre. In politica, è noto, due/tre settimane sono un tempo lunghissimo, e il quadro, anche in virtù della parallela trattativa sulla legge elettorale, potrebbe cambiare repentinamente, ma i fatti e i numeri dicono che la sopravvivenza di questa maggioranza è legata a una variabile semplice: cosa deciderà di fare Renzi a Palazzo Madama.

Miguel Gotor, luogotenente bersaniano al Senato, interpellato dall’HuffPost ha già fatto sapere che la linea di Mdp “sarà dura e omogenea” in tutti e due i rami del Parlamento e a chi gli chiede se il suo partito non sia di fronte a una trappola per attribuire agli ex-scissionisti bersaniani la responsabilità di buttare giù Gentiloni, oppone che lo schema non regge di fronte a un Renzi che “di fatto è il nuovo Berlusconi” e che pertanto va contrastato perché in ballo c’è una questione di democrazia.

Se l’input del Nazareno sarà quello di mettere la fiducia, il segnale sarà dunque inequivocabile, poiché senza i 15 voti dei senatori di Mdp il governo Gentiloni non gode di un margine sufficiente per una piena operatività, mentre se la fiducia non verrà posta, trattandosi di un provvedimento praticamente omnibus che contiene importanti norme sulle zone terremotate e su altre questioni di interesse nazionale, entrerebbero in gioco i voti di formazioni non organiche alla maggioranza, come ad esempio i verdiniani, per inaugurare una (breve) stagione di geometrie variabili.

Ma anche in questo caso le parole di Rosato, che ha già avuto modo di sottolineare che “c’è la costituzione che prevede cosa succede nel caso non ci siano i numeri”, sembrano voler già svelare il disegno renziano, peraltro ben leggibile se in parallelo si osserva l’accelerazione della trattativa sulla legge elettorale. Molto di più, in ogni caso, se ne saprà quando Renzi parlerà alla direzione del Pd, prevista per il 30 maggio, occasione nella quale la minoranza orlandiana, al di là degli esigui numeri di cui può disporre, darà battaglia per ottenere un chiarimento definitivo sulle intenzioni del segretario.

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