Cronaca/Interno/Politica

Berlusconi in soccorso di Gentiloni!

(Ugo Magri per la Stampa) – Il governo trema? Gli ultimi reduci dell’ Armata Rossa sono pronti a silurare i voucher? Niente paura, perché già scalpita il Soccorso Azzurro. Qualora dovessero mancare dei voti, Forza Italia non esiterebbe a metterci la faccia per difendere Gentiloni. Si è visto ieri mattina in commissione alla Camera, e succederà di nuovo presto al Senato, dove i numeri sono ballerini. Avremo un assaggio di futuro, la prova generale di quanto potrà succedere dopo le elezioni: i bersaniani fuori dalla maggioranza, e i berlusconiani che ne prendono il posto, a bandiere spiegate.

Na turalmente, nel caso dei voucher, le spiegazioni abbondano. Ne illustra i motivi nobili Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, quando confida: «La flessibilità sul lavoro è un’ esigenza del Paese, la richiesta delle imprese è forte, il sistema Italia ne ha bisogno». In un mondo normale, sarebbe perfino logico che il centrodestra sostenesse misure sempre rivendicate dai tempi del povero Marco Biagi. Sennonché, nel caso specifico, c’ è chiaramente dell’ altro. Dietro alla voglia di intervenire sui voucher si annusa un’ aria tipica delle vaste intese. Ed è facile inquadrarla a sua volta nel piano di cui discutono in queste ore Renzi, Berlusconi, lo stesso Grillo.

Il piano consiste nel precipitarsi alle urne in autunno, forse addirittura il 24 settembre, senza curarsi di come la prenderebbero i mercati (male, probabilmente). Per ragioni diverse ma convergenti, i tre contano di andarci con un sistema proporzionale e la soglia di sbarramento al 5 per cento. Questo sistema, convenzionalmente definito «tedesco», richiede qualche altra settimana di gestazione; sarà discusso in Senato ai primi di luglio.

Ma prima (ecco l’inconveniente) arriverà in aula la «manovrina» con dentro i voucher. Se per colpa di Bersani il governo inciampasse, se dopo l’inciampo Gentiloni fosse costretto a dimettersi, e se per reazione alla sua caduta il Pd gridasse «adesso basta, torniamo alle urne», probabilmente andremmo a votare in settembre, come vuole Matteo.

Però non con il “tedesco”, pallino di Silvio e parte integrante del piano, ma con la legge figlia della Consulta: circostanza sgradita a Berlusconi. Il quale dunque ha tutto l’ interesse che nessun dramma politico si consumi di qui al varo della riforma elettorale. A costo di far vedere l’«inciucio» e di approfondire l’abisso che già lo divide da Salvini.

Ma non è l’unico paradosso di cui saremo spettatori. Per ragioni opposte a quelle del Cav, i centristi si preparano a vestire i panni dei guastatori. Tra gli alfaniani c’è chi teorizza l’agguato al governo per tornare alle urne con il sistema vigente. Che, ai loro occhi, ha un pregio impagabile: permette di rientrare alla Camera con il 3 per cento invece del 5, e di aggirare la soglia dell’8 a Palazzo Madama tramite gli apparentamenti che là sarebbero consentiti.

Angelino ha già lanciato qualche velato avvertimento, senza venir preso sul serio. Se lui e i due colleghi di Ap si dimettessero dal governo, salterebbero quasi certamente i tempi per votare a settembre (e del “tedesco” non si farebbe più nulla). Ma dovrebbero trovare il coraggio di lasciare le poltrone e, per giunta, sopportare l’ira di Renzi. Più facile che puntino ad abbassare la soglia di un punticino: dal 5 al 4 per cento, e poi tutti a votare.

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