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Renzi, Berlusconi e le ultime parole famose

Il leader Pd giurava fedeltà a Gentiloni. Il cav metteva una lapide sul Nazareno. Ma il voto anticipato arriverà in autunno, così Gentiloni prepara le valige.

(– lettera43.it) – Dunque, si va a votare in autunno, anche se non c’erano dubbi in proposito visto la fregola dei protagonisti. Settembre, pare. Ma sicuramente, con buona pace dei grillini, non prima del 15, data fatidica in cui deputati e senatori di questa legislatura raggiungeranno l’agognata pensione. Ci si arriva in una clima da voltafaccia e fiera dell’ipocrisia che credo non abbia precedenti nella storia repubblicana. Con la scusa che il Quirinale era, per usare un eufemismo, piuttosto riluttante all’idea di sciogliere le Camere senza che vi fosse uno straccio di legge elettorale omogenea per i due rami del parlamento, gli si è servita ad hoc l’antica ricetta del proporzionale, cui ora Mattarella dovrà fare buon viso.

LA BUFERA IN RAI. C’era poi un governo in carica, quello del mite Paolo Gentiloni, che cominciava a dare qualche segnale di autonomia da segreterie e capibastone della maggioranza che lo sostiene. Ebbene, in quattro e quattr’otto, gli è stato disseminato il percorso da mine tali da sventrare una montagna. Prima la Rai, ovvero da sempre nella politica italiana uno dei fattori di maggior turbolenza, il solo capace di mettere tutti contro tutti anche all’interno di uno stesso partito.

I VOUCHER, PRIMA ELIMIANTI POI REINTRODOTTI. Poi la reintroduzione dei voucher, quelli che si erano appena cancellati per evitare un rissoso referendum, in modo tale da tagliere l’erba del sostegno alla maggioranza sotto i piedi degli scissionisti Pd e di coloro che, Orlando e i suoi, a fatica vi sono rimasti. Infine la soglia di sbarramento al 5% (per altro non ancora decisa), così da costringere Alfano e i suoi, numericamente decisivo puntello dei due ultimi governi, a minacciare la crisi schiodandosi da poltrone cui erano attaccati col mastice. Il resto lo hanno fatto i due grandi Pinocchio della scena, ovvero Renzi e Berlusconi.

Per il primo siamo all’esatta ripetizione dell’ #enricostaisereno di due anni fa, ovvero di quel che toccò all’esangue Letta da lui silurato un minuto dopo avergli giurato imperituro sostegno. Il ‘giù le mani dal compagno Gentiloni’ lo aveva detto e ribadito più volte l’ultima, solennemente, durante l’assemblea Pd dello scorso 7 maggio. «Da cinque mesi diciamo con forza che nessuno del Pd ha messo o metterà in discussione il sostegno al governo guidato da Paolo Gentiloni a cui va la nostra amicizia, stima e riconoscenza per il lavoro che fa – ha detto Renzi – Lo diremo per tutti i giorni fino alla fine della legislatura”. #paolostaisereno, appunto.

Stesso copione per il Cav, che però ha il merito di mentire molto più simpaticamente del suo emulo. «Non vedo le condizioni perché si possa riproporre oggi» un patto del Nazareno. «Non esiste un accordo con il Pd in funzione difensiva contro il partito di Grillo» aveva detto non più tardi di due settimane fa intervistato da Panorama. E al Messaggero lo scorso gennaio: «Il Pd e Forza Italia sono naturalmente alternativi. La nostra cultura è quella del Ppe, dei liberali, dei cattolici, dei riformatori, contrapporti alla sinistra in tutt’ Europa e anche nel nostro paese. Sento parlare sempre più spesso di grande coalizione dopo le elezioni. E’ un’ idea sbagliata, le grandi coalizioni sono una patologia del sistema democratico». L’amorale della favola: Gentiloni sta facendo le valige, il patto del Nazareno sta per rinascere più bello e superbo che pria, dopo il voto ci aspetta ineluttabile un governo di larghe intese.

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