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Date il voto agli animali

Porca Italia

(Marcello Veneziani) – Seguendo il filone animalista di Berlusconi & Brambilla, lasciate che mi associ con tutto il cuore, la cotica e il cervello all’elogio del Maiale che ha scritto Roberto Finzi, autore di un succulento libro, L’onesto porco, uscito in libreria e forse in salumeria.

Il maiale è l’animale più diffamato dall’uomo, accusato di turpi vizi morali di cui è del tutto innocente, e preso in giro per l’aspetto fisico robusto, con punte di porcofobia da reato di lesa maialità. Eppure è l’animale più prezioso, basso consumo e massimo rendimento: del porco, si sa, non si butta niente ed è una frase che non vale neanche per Omero, che a volte dorme. Figuriamoci per la restante umanità.

Non lo amiamo come il cane, il gatto o il cavallo, lo sfruttiamo e basta; una porcheria, ci vorrebbe un Marx dei suini. Eppure lui ci sfama, non pensa solo sibi et suinis. Porci ma leali. Estendo la stima al suo rozzo cugino, il rustico cinghiale, versione primitiva del natìo porco selvaggio.

A Pasqua v’intenerite per gli agnellini ma nessuno si preoccupa del porco, della sua brutta fine di donatore multiplo di organi e zamponi. Anzi, ammazzare il porco è un rito festoso come se il maiale fosse felice di farsi rosolare, imporchettare, improsciuttire.

È una bestia intelligente, è gustoso e sfizioso, sa stare a tavola, è anti-islamico, e non pensa ai suoi porci comodi. Insomma un vero leader animalista di Porca Italia.

Da bambino fui inseguito da un maiale perché pretendevo di drizzargli la coda a spirale. Aveva ragione lui. Circe è una benefattrice dell’umanità, perché in molti casi diventare maiale è una promozione.

Anche i merluzzi piangono

Spiavo al mare un pescatore che afferrava euforico il pesce abboccato alla sua canna e la gente intorno si congratulava a vedere il povero sgrombro agitarsi e disperarsi e soffrire con quel feroce amo in gola.

Ma perché se spari a un tordo sei un criminale e se uccidi un pesce sei un benemerito? Sono due creature di uguale dimensione, presumo stessa sensibilità e intelligenza; anzi il pesce ha più fosforo, invece tordo sta per fesso. Eppure la triglia non commuove e nemmeno la spigola, pesce federalista, che al nord muta in branzino. Sia chiaro, io sono uomo di mare, mangio il pesce, gli uccelli a tavola mi fanno senso.

Con la caccia sono in perfetto equilibrio tra cacciatori e anti: da ragazzo presi la licenza di caccia ma non uccisi mai un animale. Forse per imperizia, forse per stucchevole pietà, ma mi pareva brutto sparare a un uccello disarmato, era una lotta impari. Lo avrei fatto solo se avesse sparato prima lui o se mi avesse insultato pesantemente.

A me della caccia piaceva tutto, il rito, la natura, l’alba, l’arma, la tenuta, il cammino, l’appostamento, l’ascolto e la scoperta. Non l’esecuzione. E se anziché sparare gli facessimo la foto? Beccato, ora finisci su facebook.

Ma torno a chiedervi: perché vi commuove l’uccello e non il pesce, che pure è simbolo cristiano, non vi sporca i balconi, l’auto o la vostra testa, e non vi sveglia con i suoi versi? Quando vi fa gli occhi di triglia, la boccuccia da merluzzo, lo sguardo da totano, non vi commuove? Su Brambilla, pensi anche al Pesce. Santa Orata martire.

Ius soli per i gabbiani

A Roma, di fronte a casa mia, abita una coppia di gabbiani. Ha fatto il nido tra le tegole, lei ha partorito e svezzato il piccolo. L’ho visto crescere. Ho visto arredare la loro casa, lei che covava la sua maternità, lui che andava fuori per lavoro e poi rientrava. Una famiglia normale, rarità di questi tempi, anzi rara avis, come dicevano i latini alludendo agli uccelli (un mio compagno di scuola confuse avis con aviae e tradusse come in un quadro di Magritte “le nonne volano nel cielo”).

Un gabbiano in pieno centro non è più una rarità, soprattutto se c’è una pescheria che li fa sfama e li fa sentire nel loro habitat naturale, tra odori di pesce. I gabbiani scendono a mensa in pescheria, dialogano col pescivendolo in gergo ittico-aviario; lui parla agli uccelli e moltiplica i pesci ma non è un santo.

Però col tempo i gabbiani sono diventati isterici, strillano in continuazione, si beccano, si fanno scenate. Soprattutto il pischello è venuto su nevrastenico. Vivere in città li ha stressati.

Conosco gabbiani che vivono sul mare, sono sereni e leggiadri, si godono la vita, a sud si fanno pure la controra dopo pranzo. A Roma invece sembrano femministe inacidite, beppegrilli in comizio, aggressivi. Roma corrompe anche loro. Erano il simbolo della libertà, invece stanno sempre qui, ai domiciliari, a litigare.

In città sono contronatura, che dite se li sfrattiamo? Non provarci, sennò passi per zoofobo. Se ti sente la Brambilla, o la Pascale…

Vedrete, in virtù dello ius soli, o ius tetti, i gabbiani saranno prima regolarizzati e poi riconosciuti come coppia di fatto. Viviamo in zoocrazia.

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