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Renzi, il terribile destino di chi vive nel Pd per interesse e non per passione

È esattamente quello che sta capitando al Partito Democratico di Matteo Renzi. Che avrebbe di fronte due strade: la strada della passione e la strada dell’interesse. La prima lo porterebbe a declinare i valori della sinistra, quelli vecchi e quelli nuovi, perché le cose cambiano, ragazzi. Rivedendone i tratti distintivi, rimodellandoli, tra solidarietà e mercato, riposizionandoli in questa nostra società. E alla fine di un percorso di studio e di analisi, offrire agli elettori pochi punti forti, immaginifici, di valore e di sostanza, e dire: ci state? E su questi grandi temi, coinvolgere le altre sinistre: alcune ci staranno, altre continueranno a dire: sei un destro. Bene, quelle faranno la poca strada che sappiamo.

Questa era una strada possibile, la strada della passione. Era naturalmente la strada più impervia, perché imponeva scelta e confronto. E soprattutto: non aveva risultati certi. Si seminava, per raccogliere domani. Era esattamente la strada di un figlio illuminato che riceve un’eredità importante dal padre: non è necessario che se ne appassioni a sua volta, i tempi sono molto cambiati, ma è possibile che colga al pieno il valore di una storia, e le fatiche che ne hanno segnato il tempo. Cogliere un valore è già appassionarsi. Matteo Renzi non ha fatto questa scelta.

Ricevuta l’eredità, Matteo Renzi invece ha deciso subito di far cassa. Queste prossime elezioni, che poi sono le sue prime, autentiche, elezioni, ne sono la dimostrazione più luminosa: nell’immaginario popolare ormai è passato il concetto secondo cui chi voterà Matteo Renzi, cioè Partito Democatico, voterà anche Silvio Berlusconi. Un ticket in epoca proporzionale è un record mondiale di insensatezza e per un paio di evidentissimi motivi: il primo è che non potrai fare una campagna elettorale a mani nude, parlando di Berlusconi e di Forza Italia il freno a mano sarà decisamente tirato, magari inconsapevolmente, forse subliminalmente, ma sarà tirato. Il secondo, meramente numerico e qui si gioca il primo posto con i 5 Stelle: perché consegnarsi agli elettori già con questo abbraccio imbarazzante farà tornare le lancette del tempo indietro di molti anni, resuscitando quel che resta del Caimano, oggi mansueto e mezzo rinco da agnellini e biberon. Questa storia farà perdere elettori al Partito Democratico, quanto al peso mi rimetto nelle sapienti mani del nostro Paolo Natale.

Questa ingordigia di far cassa subito non è solo figlia del 4 dicembre scorso, la data maledetta del sessanta-quaranta. Quella data semmai ha acuito una delle caratteristiche peggiori di un leader talentuoso come Matteo Renzi, che è l’assoluta esigenza di stare dentro il Potere e dunque di dipenderne in modo malato. E non di dominarlo come si conviene a un vero grande. Lo si è visto da come si divorava in quei giorni di mezzo in cui non era nulla, non più premier e non ancora segretario. Poi, finalmente, la presa del Pd con le primarie e solo in parte la quiete. Una quiete breve, brevissima, perché la dipendenza mangia le tossine e ti fa dimenticare presto cosa hai in mano in quel momento. Vuoi subito l’”altra” cosa, quella più bella, vuoi di nuovo il tuo Palazzo d’inverno e per averlo niente di meglio che l’alleanza con il Cavaliere, lui prenderà molti meno voti di te, e ti lascerà salire al Colle chiamato da Mattarella. E tutto questo anche se a vincere sono i 5 Stelle, i quali, fatto il primo giro, torneranno felicemente all’opposizione.

Accadrà, nella storia di Matteo Renzi, un fatto terribile. Sarà il primo segretario del Partito Democratico a non avere mai governato con la sinistra ma sempre con la destra. A non poter esibire con orgoglio quel marchio di centro-sinistra che è una modesta ricerca di felicità. (Modesta, sapendone tutte le limitazioni e le pippe). Ma certo, consegnare consapevolmente alla destra il proprio destino di uomo di sinistra sarà un contrappasso e una punizione che non merita neppure uno scriteriato come lui.

 

in copertina, l’opera di Luigi Ontani

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