Cronaca/Interno/Politica

Chi staccherà la spina al governo?

(Goffredo De Marchis per la Repubblica) – «Non staccherò io la spina». Giocoforza Paolo Gentiloni si prepara alla prospettiva di elezioni anticipate a settembre-ottobre, il che significa che il suo governo ha ancora poche settimane di vita. Il premier pensa che l’ eventuale fine anticipata della legislatura dovrà trovare un percorso ordinato. Non si sa quale, ma sa già cosa farà lui. O meglio, cosa non farà: non si dimetterà automaticamente una volta approvata la nuova legge elettorale.

Attenderà, come ha fatto capire in questi giorni parlando di impegni da mantenere e di fiducia della sua maggioranza, le scelte della coalizione che lo sostiene. A partire dalla parola di Matteo Renzi, ovviamente, il quale è contemporaneamente il segretario del suo partito, il leader della maggiore forza di governo e in fondo il suo capo corrente.

Dunque, tocca al Pd la prima mossa. Potrà essere una dichiarazione del numero uno, un voto della direzione, una decisione dei gruppi parlamentari. Quello che è certo, dicono a Palazzo Chigi, è che nel patto politico sancito a dicembre, quando è nato il governo Gentiloni, non c’ è l’ ipotesi di un’ uscita del premier sic et simpliciter. Non si metterà di traverso, ma per ottenerne le dimissioni, Renzi dovrà fare un gesto pubblico. E’ la strategia concordata con il Quirinale, difficilmente cambierà.

Per il resto lo stile, consigliato anche ai suoi collaboratori, è quello del silenzio. Sobrietà assoluta, finanche davanti alle passioni. Gentiloni è uno juventino sfegatato. Insieme con il ministro dello Sport Luca Lotti è l’ unico invitato istituzionale alla finale di Champions League che si gioca oggi a Cardiff. Ebbene, il premier ha rinunciato al viaggio e ha delegato il sottosegretario agli Esteri Enzo Amendola scegliendolo con il seguente criterio: c’ è qualcuno dei nostri nel Regno unito? Sì, Amendola è a Manchester, sarà a lui a spostarsi da una costa all’ altra dell’ isola. Voci attendibili lo descrivono come infastidito dal pressing di Renzi.

«Non lo fa respirare», dice un deputato gentiloniano. La diffidenza sta crescendo. Ma nulla traspare nelle parole, nell’ atteggiamento e persino nella postura del premier. Sempre fedele a se stesso: tre settimane fa, quando l’ orizzonte di febbraio 2018 sembrava il più certo, ieri che l’ accordo per la legge e il voto anticipato appariva cosa fatta, oggi che l’ intesa non è blindata come si pensava ma continua a camminare.

Non filtrano opinioni nemmeno sul contenuto del modello tedesco. La storia di Gentiloni però racconta che siamo lontanissimi dalla sua idea di sistema. Quando Walter Veltroni, a sorpresa, tornò a parlare in pubblico all’ assemblea nazionale del Pd di metà febbraio, nel momento drammatico della scissione, mise in guardia il partito dall’ abbandonare la vocazione maggioritaria, dal cedere all’ inerzia delle larghe intese. Gentiloni, seduto in platea, mandò un sms a un amico, laconico quanto eloquente: «Grandissimo Walter».

Ecco, quello è il suo pensiero. Non c’ entra perciò la “dignità” alla quale lo ha invitato Pier Luigi Bersani nell’ intervista a Repubblica. Non è quello il punto, semmai lo sono le dinamiche politiche, il rispetto per il partito che lo ha messo su quella poltrona, i rapporti di forza. Perciò, no, non farà come Enrico Letta, spiegano i suoi amici. Niente recriminazioni, comunque vada. E niente strappi. Però sarebbe complicato affermare che Gentiloni sia estraneo alle ragioni del partito del non voto.

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