Cronaca/Interno/Politica

Maria Elena prenota la presidenza della Camera

(Carlo Tecce per il Fatto Quotidiano) – Ma quale Costituzione. Ma quale referendum. Ma quale rottamazione. L’unica riforma che il renzismo ha apportato al sistema politico è il potere sempre in ascesa – immune ai conflitti di interessi e ai capitomboli elettorali – di Maria Elena Boschi. Il letargo mediatico dell’ex avvocato fiorentino che si firma Meb è finito con il rientro al Nazareno di Matteo Renzi.

Ha trasformato il G7 di Taormina in un’ epopea di se stessa con la solita tecnica di appropriarsi dei meriti altrui senza mai riconoscere le proprie colpe (la querela soltanto annunciata a Ferruccio de Bortoli per le rivelazioni su Banca Etruria e i suggerimenti per l’ acquisto a Unicredit è una fragile difesa, nient’ altro).

E s’è imbucata ovunque in Sicilia per amplificare la rutilante immagine di un sottosegretario di Stato, secchione, che riprende i ministri discoli e coltiva i rapporti internazionali. Un intenso saluto con il canadese Justin Trudeau. Un selfie con il giapponese Shinzo Abe, ritratto ignaro mentre osserva distratto uno spettacolo al teatro di Taormina. Conferenze con i giornalisti, passerelle, conciliaboli. Rincasata a Palazzo Chigi, dove studia e impera, ha manifestato tanta fatica e tanto orgoglio: “Taormina è meravigliosa. Renderla sicura e accogliente per un vertice internazionale non era facile: ci abbiamo lavorato per un anno, giorno e notte”. Un anno, chi? Giorno e notte, cosa? Se soltanto a dicembre Renzi l’ ha imposta a Gentiloni, il paziente Giobbe, dopo mesi e mesi trascorsi invano a dare l’ estrema unzione al bicameralismo paritario.

A Palazzo Chigi assistono sbigottiti all’ ennesimo ritorno di Boschi. La chiamano “bolla speculativa”, perché in politica assume un’ importanza ingiustificata. E le bolle scoppiano, e fanno danni.

Gentiloni l’ ha arginata. Finché ha potuto. L’ ex ministro ha brigato per ricevere Ivanka Trump a Palazzo Chigi, ma siccome era parecchio eccessivo e imprudente, l’hanno costretta a piombare nell’ ambasciata americana pur di strappare almeno una fotografia alla figlia di Donald.

Maria Elena è un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio talmente debole che ha scritto una circolare ai ministeri per rammentare le regole d’ufficio.

E ogni tanto, armata di arroganza, fa dei dispetti ai ministri, ai vari Carlo Calenda, Graziano Delrio, Valeria Fedeli, Beatrice Lorenzin: blocca le norme, sabota i provvedimenti, allunga i tempi.

Vuole controllare tutto e tutti, ispirata da Paolo Aquilanti, il fedele segretario generale che le insegna come muoversi e dove infilarsi.

Aquilanti è consigliere di Stato da febbraio, ma è ancora sospeso a Palazzo Chigi, appeso a una deroga di Palazzo Spada che non arriva. Boschi orfana del maestro Aquilanti non sopravvive, però Gentiloni l’ha avvisata in anticipo: se il segretario generale rinuncia al governo, il successore non lo scegli tu.

Per convincere Aquilanti e blandire la falange boschiana, il sottosegretario promette un luminoso futuro che col referendum sembrava ormai alle spalle. Non fa mistero delle spropositate ambizioni. Già prepara la prossima richiesta, che il solerte Matteo di certo recapiterà ai deputati: dopo due anni e mezzo da ministro per le Riforme e un anno scarso da sottosegretario di Stato, con la legislatura numero 18, Maria Elena prenota la presidenza della Camera.

Il modello è Nilde Iotti, arruolata con sprezzo del ridicolo per la propaganda del Sì.

Forse Boschi sottovaluta le ultime disavventure di Montecitorio, diventata un’ aula disgraziata come il campo numero 2 di Wimbledon, il cimitero dei campioni tennisti. Irene Pivetti, Pier Ferdinando Casini, Fausto Bertinotti, Gianfranco Fini – l’ elenco è aperto – sono scomparsi dalla ribalta politica (o peggio, per Fini) dopo una stagione da terza carica dello Stato. Sarà interessante scoprire dove sarà candidata per la Camera, se in un collegio o in un listino blindato. Non in provincia di Arezzo, assicurano i colleghi.

In Toscana la detestano per Etruria, la banca fallita di cui papà Pier Luigi fu vicepresidente. Per un posto all’ assemblea dem l’ hanno spedita a Roma, in periferia. Maria Elena non ha voti, ma tanti devoti.

È la carriera di una bolla.

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