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“Tutto virtuale, tranne il sangue”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Tutto questo sangue per una non-partita e per un non-attentato: ma com’è stato possibile? Alle due di notte siamo qui al pronto soccorso del Gradenigo, un piccolo ospedale in riva al Po, del tutto inadeguato a fronteggiare la fiumana dei feriti che continuano ad affluire da piazza San Carlo, luogo della non-partita e del non-attentato. Alla fine saranno più di 200, sui 1500 e passa del bilancio ufficiale. Fra loro c’è mia figlia Elisa, 18 anni, che aveva deciso di vedersi la finalissima con un amico e un’amica davanti al maxischermo. Alle 22.15, subito dopo il terzo gol del Real, mi appare il suo numero sul cellulare. Provo a rincuorarla: “Dài, pazienza, è andata così…”. Ma la voce dall’altro capo non è la sua. E’ quella del suo amico, che assicura: “Elisa sta bene, ma non può parlare, ha male a una gamba”. Brivido gelato nella schiena. Me la faccio passare a forza: ansima, piange, ripete “vienimi a prendere, voglio andare subito via di qui, c’è stato un attentato, una bomba, non so, mi hanno calpestata, mi hanno camminato sopra, non mi sento più la gamba sinistra, e gli scoppi continuano, stiamo scappando verso piazza Vittorio”. La prego di calmarsi e di restare collegata, intanto salto in macchina con mia moglie e voliamo a prenderla, appena in tempo prima che anche in piazza Vittorio Veneto si scateni il panico per l’ondata dei fuggitivi che, attraverso via Po e le strade laterali, sciamano via dal luogo della non-partita e del non-attentato – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 5 giugno 2017, dal titolo “Tutto virtuale, tranne il sangue”.

La carico in auto che trema ancora come una foglia e fatica a parlare. E mi fiondo al pronto soccorso più vicino. Lì già sono in fila quattro o cinque feriti, i più lievi, quelli che ce la fanno a camminare. Poi, nel giro di mezz’ora, ecco tutti gli altri, fino a riempire i minuscoli locali del piccolo ospedale. Sanguinano tutti, tanto. Chi dal capo ferito, chi dal naso rotto, chi dalle gambe e dalle braccia completamente tinte di rosso scuro. Mai visto tanto sangue, neppure in un film di Dario Argento. Molti sono scalzi, a piedi nudi: nella calca hanno perso le scarpe, figurarsi le infradito. Altri hanno smarrito borse e zainetti, documenti e telefonini compresi: chiedono in prestito quelli superstiti per chiamare casa e rassicurare. Dicono che solo un petardo e uno scherzo da teste di cazzo è impossibile: qualcosa di grave dev’essere successo per forza. Chi ha sentito dire di una bomba, chi di un balcone crollato, chi di un’auto esplosa nel parcheggio sotterraneo, chi ha udito le raffiche di una mitragliatrice. E poi le voci di attentato, accompagnate dai rituali “una bomba, una bomba!” e dall’immancabile “Allah u akbar”.

Tutti, in fila scomposta davanti alle infermiere di turno, pensano di avere la priorità assoluta e rumoreggiano per l’attesa. La gran parte non è di Torino: sono venuti apposta dal Sud, dalla Calabria, da Napoli, dall’Abruzzo. Qualcuno da Roma. Due persino dalla Svizzera. Hanno fatto ore di treno, preso l’aereo, organizzato pullmann non per vedere la partita. Quella si giocava a Cardiff e la dava in diretta Canale 5. No, sono saliti fino a Torino per vedere Canale5 ingrandito da un maxischermo in piazza e in piedi, anziché seduti sul divano di casa propria. E avere la sensazione di essere allo stadio, con altri 30mila. E soffrire insieme. E moltiplicare l’adrenalina. E possibilmente, alla fine, festeggiare a distanza 11 calciatori in maglia bianconera che, fra l’altro, nello stadio vero, si sono pure dimenticati di giocare. Il trionfo dell’assurdo, il virtuale al cubo, il surrealismo puro. Alla fine potranno raccontarla lo stesso, questa folle serata, come i superstiti dell’Heysel il 29 maggio ‘85, che però almeno erano davvero allo stadio, anche se poi la finale Juve-Liverpool fu mezza vera e mezza finta, disputata solo per motivi di ordine pubblico.

Già, l’ordine pubblico. Tutto quel sangue si spiega solo con l’enorme quantità di bottiglie di vetro finite in frantumi durante il fuggi-fuggi. Un tappeto di cocci taglienti su tutta la piazza. I testimoni sanguinanti non parlano d’altro: “La polizia ha transennato la piazza per farci entrare solo dopo averci perquisiti e controllato gli zaini e le borse, a caccia di armi e bottiglie di vetro. Poi, appena dentro il recinto, decine di ambulanti coi carrelli vendevano birre in vetro”. Così le transenne si sono rivelate non solo inutili, ma dannose, facendo da tappo all’onda di fuga, frenando il deflusso e aggravando a dismisura il bilancio. Una follia di cui il prefetto e il questore dovrebbero rispondere. Alle 2 Elisa è ancora in sedia a rotelle col ghiaccio sulla gamba, nessuno ha potuto visitarla, ci sono casi più urgenti. Vuole andare a casa. La carichiamo in spalla e ce ne andiamo, sperando che non abbia nulla di fratturato. “Non andrò mai più in piazza per una partita, e nemmeno allo stadio”, dice lei alla fine della più lunga serata della sua vita. In macchina, la radio informa di un attentato a Londra. Un attentato vero. Ma che differenza fa. Ormai i terroristi, anche quando non ci sono, è come se ci fossero.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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2 thoughts on ““Tutto virtuale, tranne il sangue”: di Marco Travaglio

  1. A che serve l’Isis se gli attentati ce li facciamo da soli? Come si suol dire non tutto il male viene per nuocere!

  2. Oltre a Prefetto e Questore mettiamoci anche il comandante di Vigili urbani (e quindi il Comune) tra coloro che ci debbono delle spiegazioni.

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