Cronaca/Interno/Politica

Una legge elettorale chiamata vendetta

(Carlo Bertini per la Stampa) – Il patto Pd-Fi-M5S-Lega tiene alla prova del nove dei primi voti, ma la corsa contro il tempo è obbligata: tutti temono che dopo il primo turno delle comunali di domenica prossima si possano spezzare i fragili equilibri di fronte alla forza dei numeri. E quindi c’ è chi propone sedute non stop come i grillini e chi si infuria contro la melina dei piccoli partiti: perché «se fanno ostruzionismo, noi facciamo cadere tutti i nostri emendamenti e li ripresentiamo poi in aula, dove i tempi sono contingentati. Di sicuro andiamo in aula martedì e prima della fine della settimana la legge è approvata», avverte il capogruppo Pd Ettore Rosato. Lo scontro è dichiarato, la battaglia grandi contro piccoli infuria, ma i rapporti di forza sono impari.

IL NUOVO «ACCORDONE»

Dopo il primo giorno di votazioni in Commissione alla Camera, la nuova legge elettorale si va delineando e Pd-M5S riescono a tacitare le rivolta interne: diminuiscono da 303 a 225 i collegi uninominali e passano da 27 a 28 le circoscrizioni. Questo per garantire il seggio ai vincitori dei collegi. «Meno eletti nei collegi e più liste bloccate», sintetizza caustico Federico Fornaro di Mdp. Passa pure un emendamento che elimina il nodo capilista bloccati.

L’ assegnazione dei seggi avverrà così: prima saranno eletti i vincitori dei collegi, poi quelli dei listini bloccati. Ma non solo: è in arrivo un emendamento “anti-piccoli” in modo che «se superi il 5% ma non prendi nessun collegio, non scatta il primo del listino bloccato, ma scatta il miglior risultato ottenuto nei collegi», spiega un big del Pd. Tradotto: «Se Bersani è candidato in Emilia capolista del proporzionale, per Mdp scatta il seggio per chi ha fatto il miglior risultato nei collegi regionali. Nessuno garantito».

GUERRA APERTA PD-MDP

Certo, gli emendamenti su pluricandidature, voto disgiunto, firme necessarie per le liste, saranno votati oggi, ma l’ accordo c’ è. Stop alle pluricandidature: ci si potrà candidare in un solo collegio e in una sola lista proporzionale. No al voto disgiunto. Stop pure alle preferenze, nessun premio di maggioranza e resta la soglia del 5%, nessun recupero per chi sta sotto. Sì alla parità di genere. Ma è polemica sul disegno dei nuovi collegi: se si andasse alle urne in settembre, e il governo non avesse completato la delega assegnatagli, si useranno quelli del Mattarellum.

CHI VINCE CHI PERDE

Insomma, ad una prima analisi, vince il Pd che compatta la minoranza di Orlando e Cuperlo, contrari alle pluricandidature e ai capilista bloccati. Vincono i grillini, che strappano queste due bandiere da sventolare in campagna elettorale. Perdono gli azzurri che difendevano le pluricandidature utili a garantirsi un buon numero di deputati sicuri. E perdono Mdp e FdI, che volevano le preferenze e il voto disgiunto, bocciato anche quello. Così come perdono i centristi, che sollevano già dubbi di costituzionalità.

I primi voti in Commissione blindano dunque simbolicamente il patto a quattro Pd-Forza Italia-Lega e 5Stelle. Un patto che regge a vari scossoni e a diffidenze incrociate, ma che fa sollevare tutti gli altri partitini. Al punto che scoppia una bagarre nell’ aula della commissione, quando Arcangelo Sannicandro di Mdp si scaglia contro «i quattro ladroni di democrazia», perché «con questa legge elettorale, apri il Parlamento come una scatola di sardine e ci trovi i nominati». La polemica è sempre la stessa, quella sui listini bloccati decisi dalle segreterie dei partiti. Che restano il pomo della discordia.

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