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Berlusconi: “Non farò il gioco di Renzi”

(di ANTONELLA COPPARI – quotidiano.net) – Roma, 7 giugno 2017 – Draghi? «Sarebbe un ottimo premier». Silvio Berlusconi pensa al domani. A un autunno politico che si annuncia denso di incognite. Ed ha già la soluzione in tasca: l’attuale governatore sarebbe la persona più indicata. «È stato il mio governo ad ottenere per Mario Draghi la guida della Banca centrale Europea, e non mi sono mai pentito di quella scelta. Dunque, ho grande stima di lui, sarebbe un ottimo premier ma non credo sia interessato a lasciare il ruolo in Europa».

Sempre guardando al futuro: è plausibile che Renzi possa tornare a Palazzo Chigi con la formula delle larghe intese?

«Immagino che Renzi voglia tornare a Palazzo Chigi vincendo le elezioni. Noi ovviamente faremo tutto il possibile per evitarlo, perché vogliamo vincerle e portare a Palazzo Chigi un nostro candidato. Abbiamo un programma chiaro da realizzare, che va dalla flat tax, l’imposta piatta al 23 o 25 % per tutti, un livello realistico per alleggerire e semplificare il carico fiscale e così rimettere in moto lo sviluppo e quindi l’occupazione, fino al reddito di dignità che vogliamo garantire ai più deboli, a chi deve vivere con meno di 1000 euro al mese. Vi è poi l’assoluta necessità di una riforma della giustizia, sia penale che civile, che deve’essere ripensata mettendo al centro la certezza del diritto e le garanzie per il cittadino onesto. Occorre ripensare il rapporto con l’Europa, nella quale comunque crediamo, e riacquisire almeno una parziale sovranità monetaria, attraverso il ricorso ad una seconda moneta nazionale che affianchi l’euro per le transazioni interne. E poi vi è il drammatico tema dell’immigrazione da risolvere ad ogni costo con l’intervento indispensabile dell’Unione Europa».

Vede una correlazione tra immigrazione e terrorismo?

«Esiste, sarebbe stupido negarla. Molte delle atrocità alle quali abbiamo assistito in questi anni nelle città europee, compreso l’ultimo tragico episodio di Londra, sono accadute ad opera di immigrati, anche di seconda generazione, non di terroristi arrivati dall’esterno. Questo non significa, ovviamente, che i disperati che attraversano il Mediterraneo sui barconi siano degli aspiranti terroristi, anche se naturalmente non si può escludere che questa via d’accesso all’Europa venga utilizzata anche da chi ha intenzioni ostili. Quello dell’Islam è un problema molto complesso, anche perché la dottrina islamica non ha un’interpretazione univoca. Dobbiamo incoraggiare le autorità politiche e religiose del mondo islamico che rifuggono e combattono l’estremismo, e parimenti incoraggiare in Europa il dialogo con la parte delle comunità islamiche che non è influenzata dai salafiti. Ogni tentativo di dialogo con gli intolleranti e gli estremisti invece è solo un segno di debolezza, che indebolirà i moderati e rafforzerà la convinzione dei più fanatici di poterci distruggere».

Lei dice: crediamo nell’Europa. L’Italia, dunque, non si deve collocare tra coloro che gli danno l’assalto?

«L’Italia non è soltanto “dentro l’Europa”, è uno dei paesi fondatori dell’Europa. Il problema è che l’Europa, nata proprio a Roma 60 anni fa, era molto diversa da questa. Era, nei sogni dei fondatori, nei sogni della mia generazione, un continente unito, con un’unica politica estera e di difesa, faro di civiltà e di libertà per tutti i paesi del mondo. Certamente dopo le guerre fratricide sanguinose del secolo scorso si è mantenuta la pace. E questo è certo un fantastico risultato. Ma oggi l’Europa soffre di due problemi: la prevalenza di una visione burocratica e dirigistica, e l’incapacità di svolgere un ruolo in politica internazionale, appunto per la mancanza di una politica estera e di difesa comune. O si cambia strada o l’edifico europeo non ha futuro, e questo sarebbe un guaio per tutti».

I cinquestelle e Salvini non hanno ancora rinunciato a chiedere un referendum sulla permanenza dell’Italia nella Ue: sottoscriverebbe una consultazione del genere?

«La nostra Costituzione esclude, a mio avviso giustamente, la possibilità di un referendum su queste materie. Quindi il problema non si pone».

È stato un convinto fautore del sistema maggioritario: perché è tornato sul proporzionale che non garantisce un vincitore?

«Credo che si dovrebbe smetterla di dire che il sistema tedesco non garantisce un vincitore. In Germania è in vigore dal 1949 ed ha prodotto governi stabili e maggioranze chiare. Solo due volte in settant’anni è stato necessario ricorrere alla Grande Coalizione. I sistemi elettorali non sono un dogma, si tratta di individuare caso per caso quelli più adatti alla situazione. Il maggioritario aveva senso in un’Italia bipolare, quando i poli sono tre o più, significherebbe consegnare la guida del paese ad una ristretta minoranza».

È ancora possibile ricostruire un centrodestra con il sistema proporzionale?

«Non solo è possibile, è necessario. Il centrodestra che io ho in mente è esattamente quello che proprio in Germania è avviato a vincere le elezioni politiche che si svolgeranno contemporaneamente o poco prima delle nostre. Un centrodestra basato sui principi cristiani e sulla cultura liberale, credibile per la serietà delle sue proposte e per la concretezza dei suoi programmi. D’altronde questo centrodestra ha governato, scelto dagli italiani, per molti anni, con risultati che si tende troppo spesso a dimenticare: nel 2011, prima che il quarto dei cinque colpi di stato che hanno massacrato la nostra democrazia negli ultimi venticinque anni abbattesse il nostro ultimo governo, i disoccupati erano quasi un milione in meno rispetto ad oggi, la pressione fiscale era sotto il 40%, mentre oggi supera il 43%, gli sbarchi degli immigrati clandestini erano praticamente azzerati, i peggiori criminali erano stati consegnati alla giustizia uno dopo l’altro».

Ci sono molte preoccupazioni anche ai vertici istituzionali sui rischi che potrebbe correre l’Italia se si andasse a votare in autunno. Non ha il timore che i mercati potrebbero reagire in maniera isterica a una consultazione elettorale anticipata?

«Non vedo perché. Le elezioni sono la fisiologia di un sistema democratico. La patologia è il fatto che in Italia l’ultimo governo scelto dagli elettori sia stato il nostro, nel 2008. I mercati dovrebbero temere la sovranità popolare? Non credo, anche perché gli italiani nelle espressioni di voto hanno sempre dimostrato buon senso, prudenza ed equilibrio».

Quali potrebbero essere i rimedi? È necessario che Gentiloni imposti la manovra per rassicurare i mercati prima del voto? 

«C’è un governo in carica, nel pieno delle sue funzioni. Una di queste è predisporre una manovra economica. Ci auguriamo che lo faccia e conoscendo l’equilibrio e il senso delle istituzioni del premier. Poi il Parlamento scelto dagli italiani la valuterà e se necessario la correggerà, in modo molto prudente e sereno».

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