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“Matteo, B. e Beppino uniti a Berlino”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Da quando l’abbiamo ribattezzata Merdinellum, la legge elettorale ha fatto qualche passo in avanti verso il vero modello tedesco e non merita più quell’epiteto. Lo diciamo con una certa soddisfazione, visto che le modifiche apportate al testo base le avevamo suggerite anche noi del Fatto. Ma, come ci ha spiegato ieri il costituzionalista Massimo Villone, la legge non arriva ancora alla sufficienza: voto 5 e mezzo (fermo restando che, con gli obbrobri incostituzionali del Porcellum e dell’Italicum, partivamo da sottozero). Per ottenere la sufficienza va ancora modificata e speriamo davvero che lo sia nel passaggio alla Camera. Al momento, in base al testo approvato in commissione, funziona così. I seggi vengono assegnati su base proporzionale, in rapporto ai voti raccolti. Ma chi non supera lo sbarramento del 5% resta fuori e i suoi voti se li dividono quelli che passano, soprattutto chi arriva primo. Come in Germania, dove alle ultime elezioni la Cdu della Merkel ebbe il 41% e ottenne il 49% dei seggi al Bundestag (e, non potendo governare da sola, fece la Grosse Koalition con l’Spd): questo premietto di maggioranza, che non garantisce quella assoluta e dipende dai voti presi, è ragionevole – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 7 giugno 2017, dal titolo “Matteo, B. e Beppino uniti a Berlino”.

L’Italia sarà divisa, per la Camera, in 28 circoscrizioni proporzionali e 225 collegi uninominali; e, per il Senato, in 20 circoscrizioni proporzionali e in 112 collegi uninominali. Nelle circoscrizioni, i partiti presenteranno ciascuno la propria lista bloccata, con un minimo di 2 e un massimo di 6 candidati, di fatto nominati dai capi (almeno quelli piazzati ai primi posti avranno l’elezione garantita). Nei collegi, schiereranno un solo candidato per ciascuno, che dovrà prendere almeno un voto più del secondo classificato, se no resterà fuori. I primi candidati di ogni collegio saranno certamente eletti, perché si comincerà da loro ad assegnare i seggi disponibili nella circoscrizione; i posti rimasti spetteranno poi ai candidati dei listini bloccati, in ordine di apparizione: dal numero 1 in giù. Inizialmente, come nel modello tedesco, gli eletti erano divisi fifty fifty fra uninominale e proporzionale. Poi si è scoperto che in Germania i parlamentari sono di numero variabile, mentre da noi sono fissi, dunque molti vincitori uninominali avrebbero rischiato di non essere eletti. Così si è deciso di sacrificarne un buon numero, per garantire l’elezione a tutti i vincitori. Così avremo solo il 38% di eletti (225 deputati e 122 senatori uninominali) contro il 62% di nominati (385 deputati e 189 senatori proporzionali).

Si sarebbe anche potuto sacrificare i listini dei nominati a vantaggio dei candidati davvero eletti, ma i partiti non ne han voluto sapere. Infine: ogni candidato potrà presentarsi al massimo in un collegio uninominale e in un listino proporzionale, come in Germania. E, se non riuscirà a farsi eleggere né da una parte né dall’altra, resterà a casa. Fin qui, il compromesso Renzi-Grillo-B. ha dato frutti discreti, grazie a due modifiche al Merdinellum: la precedenza agli eletti sui nominati nell’assegnazione dei seggi e l’abolizione delle pluricandidature-paracadute (non più tre, ma una). Perché allora la legge resta insufficiente? Perché, per poterla chiamare tedesca senza rischiare denunce per danni da Berlino, manca un elemento fondamentale: il voto disgiunto. Il problema non è il numero di schede, ma di caselle da riempire. In Germania, sulla scheda del Bundestag (unico ramo direttamente elettivo), l’elettore mette due croci: una sul nome del candidato uninominale e una sul listino bloccato del partito. Quindi, volendo, se gli piace un candidato ma non la lista del suo partito, o viceversa, può votare per due formazioni diverse. O, meglio: sceglie liberamente la persona e il partito che preferisce. Così sia il candidato sia il partito devono darsi da fare in campagna elettorale fra la gente per convincere il maggior numero di elettori a votarli. Non solo: i partiti sono costretti a candidare il meglio che esprime ogni singolo territorio per non rischiare che altre liste, magari minori, conquistino il collegio con un candidato più popolare e prestigioso del loro. In ogni caso, due voti sono meglio di uno, specialmente dopo la lunga, decennale astinenza degli elettori italiani da un vero potere di scelta nelle urne.

I 5Stelle, Fd’I e le forze alla sinistra del Pd chiedono a gran voce il voto disgiunto, mentre i vecchi partiti si oppongono, contando sul “voto d’abitudine” e sull’effetto trainante dei simboli di lista, nella speranza che la gente guardi solo il logo e non si concentri sui loro candidati impresentabili nei collegi e nei listini. Ma se Pd, FI e Lega insisteranno a negare il voto disgiunto, confesseranno di non avere alcuna intenzione di rinnovare la loro classe dirigente, con candidati freschi e credibili. Altrimenti non si vede perché opporsi al doppio voto. Volendo, in aula hanno tutto il tempo per ripensarci e riaccreditarsi un po’ agli occhi di un’opinione pubblica già abbastanza sfiduciata e sospettosa. Quanto alle preferenze, Villone ricorda che in Germania non esistono e sono sconsigliabili tantopiù in Italia per i loschi scambi che scatenano. Vero, ma gli italiani non scelgono per davvero da 10 anni. E le ultime volte che poterono votare sul sistema elettorale, nei referendum del 1991 (riuscito), del 1993 (riuscito) e del 1999 (fallito per un soffio), si espressero plebiscitariamente per la preferenza unica e per il maggioritario. Cioè per scegliersi i parlamentari. Rifilargli il 62% di nominati sarebbe una beffa. Se la legge elettorale, col voto disgiunto, passerebbe dal 5,5 al 7, con la preferenza unica nei listini meriterebbe un bell’8. Chi ci proverà avrà il nostro grazie.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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