Cronaca/Inchieste/Interno/Politica

Consip: fughe di notizie legalizzate

(Da la Verità) – Su una cosa Matteo Renzi ha ragione: che il depistaggio è un «reato odioso», soprattutto se ipotizzato a carico di un colonnello dei carabinieri come Alessandro Sessa, vicecomandante di quel Noe che ha indagato per la Procura di Napoli sulle presunte corruttele della Consip, centrale degli acquisti pubblici. Per il resto Renzi fa confusione, gioca a nascondino. E sbaglia.

Ragioniamo: Sessa è indagato dai pm romani, titolari dell’ inchiesta Consip, che avrebbero scoperto una sua bugia. Un mese fa, infatti, gli stessi pm avevano interrogato Sessa come teste, chiedendogli lumi sulla fuga di notizie a favore del ministro renziano Luca Lotti, che insieme con l’ ex comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette, e con quello della Legione in Toscana, Emanuele Saltalamacchia (vicino a Renzi), avrebbe rivelato ad alcuni indagati dell’ inchiesta Consip l’ esistenza d’ intercettazioni a loro carico.

A un certo punto, infatti, era emerso che sia l’ amministratore delegato Consip, Luigi Marroni, sia Tiziano Renzi, padre dell’ allora premier, sapevano dell’ esistenza delle cimici piazzate dagli inquirenti nell’ estate 2016. Un mese fa, Sessa aveva ammesso di averne informato il suo superiore, il generale del Noe Sergio Pascali (amico di Satalamacchia), ma solo dopo il 6 novembre: e cioè quando farlo era ormai inevitabile perché l’ esistenza dell’ inchiesta era stata rivelata dalla Verità.

Il problema, per Sessa, è che i pm romani avrebbero scoperto che il capitano Giampaolo Scafarto, suo collega al Noe e come lui indagato, gli aveva spedito questo messaggio su Whatsapp il 9 agosto 2016: «È stata una cazzata dirlo al capo attuale». Il sospetto dei pm romani è che Sessa abbia informato i suoi superiori ben tre mesi prima di quel che aveva dichiarato.

Renzi s’ inalbera e torna a ipotizzare un complotto. Dovrebbe invece spiegare perché mai proprio il 19 agosto 2016, e cioè dieci giorni dopo il misterioso messaggino Whatsapp su cui oggi s’ indaga a Roma, il suo governo abbia varato in tutta fretta il decreto 177.

In un comma di quel decreto è stata nascosta una norma dirompente, che mette a rischio il segreto istruttorio: carabinieri, poliziotti e Fiamme gialle devono «trasmettere alla propria scala gerarchica le notizie relative all’ inoltro delle informative di reato all’ autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del Codice di procedura penale». Che coincidenza.

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