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Legge elettorale, dov’era il maggiordomo nell’ora del delitto?

INTESA COLLASSATA SU UN EMENDAMENTO MINORE. Finisce così, alla prima prova dei fatti, il grande e trasversale accordo per votare in autunno, la cui travagliata gestazione per la verità prometteva sin dall’inizio nulla di buono. Finisce sbattendo rovinosamente su di un emendamento minore, la composizione dei collegi nel Trentino, che la rediviva deputata Biancofiore, cognome che rimanda al glorioso inno della vecchia Dc («O bianco fiore / simbol d’amore / con te la pace /che sospira il cor!») aveva presentato pare a insaputa di Berlusconi ma con, dice lei, piena consapevolezza di Brunetta.

LEGGE MINATA SIN DAL PRINCIPIO. Un dettaglio, comunque. Perché sostenere che la riforma è abortita per l’emendamento malandrino della bionda Michaela sarebbe assegnarle una colpa che non merita. Infatti, in uno dei suoi rari momenti di sincerità – era nel mezzo di una consolatoria telefonata con il Cav – Renzi ha ammesso che se anche avesse passato indenne le forche trentine l’intesa, che già camminava di suo sulle uova, sarebbe inciampata sulle preferenze o sul voto disgiunto.

Sul perché tutto questo sia successo si può strologare all’infinito, prenderla da angolature diverse o avventurarsi nel complicato disvelamento di un gioco delle parti dove, come nelle matriosche, ogni storia ne contiene un’altra e un’altra ancora. L’unica certezza su cui credo tutti possano convenire è una laconica ammissione di impotenza: nei partiti nessuno controlla più nessuno, ormai è un liberi tutti che fa strame del senso di appartenenza e obbedienza alle decisioni della maggioranza che dovrebbero essere la regola.

PARTITI DILANIATI DA GUERRE INTESTINE. Invece è tutto un fiorire di guerre intestine che ne minano la compattezza. Nessuno escluso. I Pentastellati, dilaniati dai contrasti tra eretici, quelli pro Tedeschellum, e ortodossi della prima ora miranti a salvaguardare dal rischio inciucio la splendida solitudine del movimento. Il Pd, dove lo stesso segretario, sempre sfogandosi con l’amico Silvio, ammette di non riuscire neanche a controllare i suoi, figurarsi gli altri. Tant’è che per salvare l’idea di elezioni anticipate sta pensando di forzare la mano con un decreto che rischia di essere la sua ennesima débâcle. I berlusconiani, che di fronte alla acquiescente animalista senilità del loro capo si muovono pensando a un futuro approdo una volta che a proteggerli non ci sarà più il caro leader. E poi ci si meraviglia del perché, in questa gigantesca terra di nessuno cui si è ridotta la politica italiana, patti e alleanze durino quanto una scritta sulla sabbia.

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