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Luca Telese: “Grillo paga il conto dell’inciucio con Renzi e dell’effetto Raggi sindaca: gli italiani ora hanno paura degli inesperti al potere”

Una parte degli elettori che preferivano l’antisistema sono rimasti delusi: il patto non è sembrato un grande accordo per aprire la “scatoletta di tonno”, ma un giochino di Palazzo che non è nemmeno andato a buon fine

(di Luca Telese – tiscali.it) – Il problema del M5s non è che hanno perso le elezioni perché non sono andati al ballottaggio in nessun comune importante. Casomai è il contrario: non sono andati al ballottaggio in nessun comune importante, proprio perché hanno un problema politico.

Per la prima volta Il Movimento di Grillo segna il passo, per la prima volta un espulso dal Movimento cancella il Movimento (e non il contrario) come è avvenuto a Parma con il successo di Federico Pizzarotti. Non è questione di quorum e di sbarramenti, di seggi o di eletti: per la prima volta il numero dei voti assoluti e in percentuale raccolti dai grillini segnano il passo o addirittura tornano indietro, rispetto al grande boom che aveva prodotto – sempre alle amministrative – la conquista di Roma e Torino.

Io credo che i motivi di questo Innegabile passo indietro siano almeno tre. Il primo: il M5s paga a livello nazionale un evidente effetto-Raggi. Fino alle elezioni di Roma il Movimento era visto come una alternativa estrema ma possibile. Adesso uno vede un giovane sconosciuto candidato a cinque stelle, e teme che dietro possa nascondersi un improvvisatore inesperto, uno che non riesce nemmeno a fare la giunta. Il che non vuole dire necessariamente che questo elettore non potrebbe dare lo stesso voto alle politiche. Ma che, almeno per amministrare una città, preferisce una opzione che sia più garanzie di concretezza. Secondo motivo: l’accordo sulla legge elettorale, a prescindere dal contenuto, anche per il modo in cui è stato interpretato e comunicato alla base e all’opinione pubblica è stato percepito come una normalizzazione del Movimento. Per la prima volta i grillini si sedevano ad un tavolo, per un accordo che non è apparso virtuoso, per la prima volta hanno parlato la lingua faticosa e acrobatica del compromesso, per la prima volta si sono – per così dire –  “normalizzati”. Una parte degli elettori che preferivano l’antisistema sono rimasti delusi: il patto non è sembrato un grande accordo per aprire la “scatoletta di tonno”, ma un giochino di Palazzo che non è nemmeno andato (come sappiamo) a buon fine.

Terzo motivo: il nodo delle alleanze. Quando il movimento era una novità assoluta e i partiti tradizionali si trovavano nel loro momento più basso, “vinciamo da soli” era un punto di forza. Oggi, che il M5s è in Parlamento, fa accordi, partecipa alla vita politica, il correre da soli diventa una tallone di Achille rispetto alle tradizionali coalizioni, che portano la soglia per accedere al ballottaggio sopra la soglia naturale del 35%. Tradotto in termini concreti: il risultato medio di una coalizione decente è superiore a quello straordinario che serve per superare quella soglia decisiva di un voto su tre.

Ma se Atene piange, Sparta non ride: tutti i partiti hanno trasmesso in questi giorni messaggi del tutto distonici rispetto a quello che comunicavano sul territorio. Pd e Forza Italia hanno comunicato ansia di inciciucio, proprio mentre nei comuni costruivano alleanze bipolari. Il successo – se così si può chiamare – dei candidati di coalizione non è determinato dai partiti-cardine, ma dai loro alleati. Dalle liste minori, per esempio. O dalle liste civiche che raccolgono consenso sul territorio, con le loro decine di candidati di quartiere. Se i grillini si trovassero degli alleati, o si inventassero delle liste di appoggio potrebbero sperare di tornare competitivi. Quarto punto: nelle elezioni amministrative contano l’esperienza e la credibilità. L’incredibile risultato del longevo Leoluca Orlando a Palermo, è il simbolo dell’usato sicuro che batte sul campo l’ideologia della rottamazione a tutti i costi. E la vittoria di Pizzarotti che arriva primo senza nessun grande partito alle spalle, è l’immagine della credibilità non ideologica che prevale sul l’appartenenza: non mi importa con chi sta, ma cosa sa fare. A Lecce un partito minore di destra – quello di Fitto – traina al successo tutta la coalizione: l’alleanza fa si che se il partito dominante è in difficoltà altri pisano raccogliere consensi al suo posto.

I ballottaggi diranno altre sue cose molto importanti: chi prevale fra destra e sinistra e – soprattutto – dove vanno quegli elettori che al primo turno hanno votato M5s. Quello che è certo fin da ora, però, è che – con il senno di poi – i grillini avrebbero fatto meglio a non cambiare linea, o addirittura (visto che poi lo hanno sconfessato) a non sottoscrivere il patto “tedesco”. Questo giro di elezioni in tutta Europa hanno dimostrato che in paesi diversissimi e con Sitter diverse, i movimenti antisistema rischiano di esaurire la loro funzione da una elezione all’altra: come dei piatti usa e getta che gli elettori usano per pungolare i partiti di cui sono insoddisfatti, e di cui poi si disfano: perché la funzione esaurita, o perché c’è un altro pungolo che funziona meglio. Se non vogliono fare questa fine i pentastellati dovranno ambiare qualcosa della loro linea. Al più presto.

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