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Marco Damilano: “La notte in cui evapora l’effetto M5S e la politica torna al suo passato”

(di Marco Damilano – http://espresso.repubblica.it) – Che sorpresa, risorgono il caro vecchio centrosinistra unito, nonostante le ultime scissioni, e il centrodestra che tremare il mondo faceva negli anni Duemila, a Genova, Verona, Padova, L’Aquila, al termine di settimane in cui a Roma tutte le leggi elettorali preparate e abortite hanno avuto in comune l’obiettivo di uccidere la possibilità di costruire alleanze prima del voto. Vincono le coalizioni mentre nelle segreterie di partito si progettavano leggi anti-coalizioni. Nella notte elettoralmente più difficile per il Movimento 5 Stelle dalla sua fondazione. Più della sera delle europee del 2014, quando il Pd di Matteo Renzi doppiò M5S, ma Beppe Grillo poteva almeno consolarsi con la conferma di un consenso sopra il 20 per cento dell’anno precedente. Mentre questa volta non c’è nessuna consolazione possibile: fuori da tutti i ballottaggi, e con percentuali modeste, più da partitino di seguaci che da movimentone di elettori.

Nel 2012, cinque anni fa, le elezioni amministrative segnarono l’inizio del grande terremoto italiano. Da Parma, l’elezione di Federico Pizzarotti, il capitan Pizza di Beppe Grillo, segnò la scintilla dei due principali fenomeni politici degli ultimi anni: l’ondata del Movimento 5 Stelle e la scalata di Renzi nel Pd. Mentre sembrava tramontare il centrodestra di Silvio Berlusconi – in quel momento invischiato nei suoi guai giudiziari – e di Umberto Bossi, travolto dallo scandalo del tesoriere della Lega Francesco Belsito.

In Francia, negli stessi giorni, si era votato per le elezioni presidenziali, vinse il socialista Francois Hollande, all’insegna della normalità: la tranquilla, banale, rassicurante routine dell’alternanza democratica.

Non c’è nulla di normale, oggi, nella stratosferica vittoria di Emmanuel Macron, che in un mese dal nulla si è preso tutto il sistema politico francese. Mentre in Italia il paesaggio sembra ricomporsi verso lande già conosciute in passato.

L’antico centro-destra, con il tridente Berlusconi-Salvini-Meloni al posto di quello Berlusconi-Bossi-Fini, con l’uomo di Arcore inamovibile al centro dei giochi, oggi come un quarto di secolo fa. E il centrosinistra modello Ulivo, guidato da un Pd partito maggiore di una coalizione aperta a sinistra. A Genova il candidato Gianni Crivello ha un profilo e una biografia alla Jeremy Corbin: 65 anni, casa in un palazzo di edilizia popolare, cursus honorum nel partito rosso, citazioni di Enrico Berlinguer: «Si può essere conservatori perché si conservano i valori irrinunciabili della vita». A Palermo il Pd si è dissolto nell’intendenza alle spalle di Leoluca Orlando, il primo a incarnare la figura del sindaco d’Italia già negli anni Novanta, quando Renzi andava a scuola. Uno che parte sempre dal 40 per cento in su, imbattibile a Palermo, identificato con la sua città, venticinque anni dopo le stragi di mafia, contro il candidato di Totò Cuffaro.

Da Nord a Sud evapora l’effetto 5 Stelle. Il Movimento paga a Parma il settarismo, Pizzarotti viene approvato dall’elettorato, il candidato di M5S prende percentuali insignificanti, a Genova la divisione tra le varie anime è stata vissuta più come una guerra di religione che come uno scontro politico, nell’indifferenza dell’elettorato laico e pragmatico, disinteressato alle scomuniche della piattaforma Rousseau. Ma i duri e puri che a Roma hanno affossato la legge elettorale riprenderanno voce, diranno che il Movimento ha pagato la sua omologazione agli altri partiti. Troppo uguali agli altri, troppo in sartoria come Luigi Di Maio e troppo poco in piazza, troppo vicini a lobby e poteri di ogni tipo per poter incassare il consenso dell’elettorato più arrabbiato che è tornato a rifugiarsi nell’astensione o nei candidati civici o in qualche caso nella Lega.

Il Movimento di Grillo e di Casaleggio perde perché giudicato troppo diverso, troppo inaffidabile e disperso nelle sue guerriglie interne, e perché ritenuto troppo uguale, non più distinguibile da quei partiti che volevano spazzare via, con le tattiche, le apparizioni in tv, il politichese. In difficoltà al Nord, ma anche al Sud, dove nel 2013 aveva conquistato le percentuali maggiori. A Taranto e a Trapani, dove alle elezioni politiche M5S aveva raggiunto il quaranta per cento, la provincia più grillina d’Italia. Stanotte fatica ad arrivare al ballottaggio, e in una condizione molto favorevole, con due candidati che in campagna elettorale sono finiti in pesanti guai giudiziari. Per Di Maio si allontana la candidatura a premier, torneranno a farsi sentire i sostenitori del Movimento di lotta.

Domani si torna in commissione alla Camera sulla legge elettorale e si vedrà subito se c’è un effetto del voto amministrativo. Un ritorno all’ipotesi di elezioni anticipate che sembrava tramontata, per approfittare della debolezza di M5S, ma con una legge opposta a quella in vigore nei comuni. Oppure il tentativo di ricucire la tela delle coalizioni che non esistevano più. Perché, con buona pace dei sostenitori del partito della Nazione o del ritorno del patto del Nazareno, il M5S non si sconfigge quando c’è l’alleanza Renzi-Berlusconi, ma quando il centrosinistra e il centrodestra ristabiliscono tra loro le differenze culturali, politiche, identitarie che mobilitano il loro elettorato. Salvini l’ha già capito, ha mollato il lepenismo sconfitto in Francia e ricicla il centrodestra di governo, quello unito in Veneto, Lombardia e Liguria. Per l’altro Matteo, Renzi, ritornare al centrosinistra significa cambiare completamente strategia. Ma è necessario, se non vuole respirare la soddisfazione effimera di una notte d’estate e ritrovarsi in minoranza tra qualche mese.

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