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Sospensione per due mesi dalla professione e dallo stipendio a Filippo Facci perchè odia l’Islam

FACCI SOSPESO PERCHÉ RIVENDICA IL DIRITTO ALL’ ODIO

(Alessandro Sallusti per il Giornale) – L’ Ordine dei giornalisti ha sospeso per due mesi dalla professione e dallo stipendio Filippo Facci, collega di Libero e noto volto televisivo. Nell’ articolo finito sotto inchiesta, scritto nel luglio dello scorso anno, Facci rivendicava il diritto ad odiare l’ islam e gli islamici. Un articolo molto duro, nella forma e nella sostanza, scritto sull’ onda degli attentati fatti nel nome di Allah che in pochi giorni provocarono in Europa oltre cento vittime, la maggior parte delle quali a Nizza.

Conosco Filippo Facci e lo stimo, come collega e come intellettuale. È un uomo talmente libero da non aver raccolto quanto il suo talento gli avrebbe permesso accettando solo qualche piccolo e umano compromesso. No, non c’ è verso: lui si infiamma e parte in quarta senza remore e limiti. Per questo piace a molti lettori, meno a direttori ed editori. Figuriamoci ai colleghi invidiosi, ai notai del pensiero, ai burocrati del politicamente corretto.

Filippo Facci non farebbe male a una mosca (al massimo è capace di farlo a se stesso) e per questo non mi spaventa che abbia rivendicato il «diritto all’ odio» di una religione e di una comunità che hanno generato i mostri assassini dei nostri ragazzi.

L’ odio inteso – nell’ articolo è ben spiegato – non come incitamento alla violenza, ma come sentimento contrario a quello dell’ amore, «detestare» come opposto di «ammirare». I sentimenti non si possono contenere, ma evidentemente non si possono neppure scrivere. Tanto più se sei un giornalista, se non sei di sinistra, se pubblichi su un giornale di destra, se si parla di islamici.

Il tema posto da Facci sul diritto all’ odio (Travaglio, tanto per fare un esempio, lo teorizzò nei confronti di Berlusconi) è questione aperta nonostante sia stata affrontata nei secoli da fior di filosofi e da grandi intellettuali. Che a differenza dei colleghi del tribunale dell’ Ordine di Milano non sono mai arrivati a un verdetto unanime (e qualcosa vorrà pur dire).

Qui non parliamo di una notizia falsa o di fatti e persone specifiche. Siamo di fronte all’ opinione di un intellettuale. Il problema non è condividerla o meno. È non censurarla, non soffocarla, non punirla, come abbiamo sempre invocato per chiunque, compreso per Erri De Luca quando istigò al sabotaggio della Tav.

Tanti islamici, anche se non terroristi, anche se non lo dichiarano, odiano noi e i nostri costumi. Noi stiamo per premiarli dando la cittadinanza automatica ai loro figli. Però puniamo Facci che non fa mistero dello stesso, reciproco, sentimento. Mi spiace per lui e mi spiace per la categoria così ridotta. Ma soprattutto mi spiace per tutti noi.

I PENSATORI DI SINISTRA FANNO A PEZZI LA GRANDE BALLA CHIAMATA ISLAMOFOBIA – SLAVOJ ZIZEK E OLIVIER ROY, ICONE PROGRESSISTE, ATTACCANO IL VITTIMISMO MUSULMANO

(Francesco Borgonovo per La Verità) – In Occidente, abbiamo qualche problema con le vittime. In quest’ era dominata dal narcisismo, chiunque si atteggia a vittima ed è divenuto molto complicato distinguere fra chi è davvero una vittima (di violenze, di razzismo, di discriminazione) e chi non lo è. In Europa e in Italia tendiamo a fare confusione, attribuendo al carnefice il ruolo di vittima e viceversa. Lo dimostra senza ombra di dubbio il dibattito sul terrorismo islamico, nel quale sono ricorrenti le tesi secondo cui il fondamentalismo islamico violento sarebbe causato dall’ imperialismo occidentale.

C’ è sempre qualcuno che si alza e punta il dito contro le «responsabilità dell’ Occidente» di cui «non si parla mai». Il fatto è che delle responsabilità occidentali si parla fin troppo, ma di quelle sbagliate.

Agli occidentali piace tantissimo colpevolizzarsi, e ai difensori dell’ islam non par vero di poter accusare il Grande Satana di ogni male. A sradicare questo grumo formato dalle stratificazioni di ipocrisie opposte e complementari ci hanno pensato due intellettuali di grande fama, entrambi in qualche modo riconducibili all’ universo progressista. Non due pericolosi populisti, ma due maestri della sinistra: il filosofo sloveno Slavoj Zizek e il politologo francese Olivier Roy.

Zizek ha dato alle stampe un librone intitolato Il coraggio della disperazione (Ponte alle grazie) in cui dedica ampio spazio al tema del terrorismo. Proprio partendo dalle accuse all’ Occidente a cui abbiamo accennato prima. Egli spiega che, in realtà, il tema delle responsabilità occidentali è «ampiamente dibattuto». E aggiunge: «È sin troppo facile prendersela con l’ Occidente per il fallimento della modernizzazione araba».

Zizek è riuscito a centrare il punto: «Addossare ogni responsabilità all’ Occidente», scrive «comporta una vittimizzazione assoluta degli arabi». Ed è proprio questa vittimizzazione a caratterizzare la propaganda dei movimenti jihadisti, ma anche delle organizzazioni dell’ islam politico. È il vittimismo islamico a creare un terreno fertile per l’ estremismo, che funziona da calamita per i disadattati, i delusi, i frustrati e gli ambiziosi.

Per battere l’ estremismo, dunque, bisogna cancellare il vittimismo. Per riuscirci, bisogna condurre una battaglia culturale, e smentire le falsità che circolano. Come fa Zizek. Il quale spiega che «gli arabi musulmani sono impegnati energicamente in vari progetti politici, dall’ espansione dell’ islam in Europa al conflitto tra sunniti e sciiti». Insomma, i musulmani non sono vittime dell’ Occidente cattivo.

Eppure, qui da noi, è diventato sostanzialmente impossibile presentarli in modo diverso. Altrimenti, si viene accusati di «islamofobia».

Zizek sostiene che questa sia una «paura patologica» della sinistra. «Per chi appartiene a questa sinistra falsa», scrive, «ogni critica all’ islam è bollata come un’ espressione di islamofobia, Salman Rushdie è stato accusato di aver provocato gratuitamente i musulmani e così è stato ritenuto (perlomeno in parte) responsabile per la fatwa che l’ ha condannato a morte, ecc.

Il risultato di questa posizione è quello che ci si può aspettare in questi casi: quanto più la sinistra moderata occidentale indaga la propria colpa, tanto più viene accusata dai fondamentalisti islamici di ipocrisia, di provare a nascondere l’ odio per l’ islam». Più la tolleranza occidentale aumenta, insomma, più crescono le pretese dell’ islam politico (e non solo).

Zizek riassume benissimo ciò che, da anni, accade dalle nostre parti: «Noi (uomini bianchi dell’ Occidente) siamo responsabili persino quando siamo noi a subire atti terribili, così, quando il criminale viene punito, dovremmo comunque sentirci responsabili», poiché «il criminale non è davvero un agente ma è passivo, una vittima delle circostanze».

In realtà, i jihadisti e gli attivisti dell’ islam politico non sono vittime proprio di nulla. «Pochi terroristi o jihadisti evidenziano le proprie traversie personali», scrive Oliver Roy in Generazione Isis (Feltrinelli).

«Non è l’ afghano vittima dei bombardamenti statunitensi ad attaccare i cristiani in Pakistan ma il pakistano che vede l’ islam oppresso dai cristiani ovunque nel mondo… tranne che nel suo Paese, dove è lui stesso l’ oppressore. E soprattutto, i giovani che si precipitano in Siria per arruolarsi con l’ Isis ignorano, o non vogliono sapere» quali massacri ha compiuto la loro organizzazione, persino ai danni di altri estremisti islamici.

Dunque è ora di rimettere al loro giusto posto le vittime e i carnefici. I musulmani, in Europa, non sono ingiustamente perseguitati per via della loro fede. Anzi, sono accolti con tutti gli onori. E devono rendersi conto, come scrive Roy, che di fronte alle stragi non basta cavarsela dicendo che «l’ islam è una religione di pace».

LA STORIA CHE L’ ISLAM DIMENTICA

(Ernesto Galli della Loggia per il ”Corriere della Sera” dell’11 giugno 2017) – Dietro il terrorismo islamista è facile scorgere un vasto retroterra di opinione pubblica musulmana – presente anche in Europa – che certamente condanna le imprese dei terroristi ma che oscuramente ne subisce una certa fascinazione perché, magari inconsapevolmente, ne condivide alla fine un sentimento di fondo: cioè una radicata avversione antioccidentale.

La quale si alimenta a propria volta di un sentimento diffusissimo in tutto il mondo islamico: il vittimismo. L’ idea che mentre quel mondo sarebbe stato oggetto da sempre di gravi soprusi da parte dell’ Occidente, il suo passato, invece, sarebbe totalmente privo di macchie.

L’ atmosfera culturale dominante in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi decenni, intrisa di un desiderio di espiazione per i nostri, veri o presunti, peccati storici, ha indubbiamente favorito la diffusione di tale sentimento pronto a volgersi in risentimento.

Ma tutto questo ha ben poco a che fare con la storia, con la storia reale che si sforza di accertare e di raccontare i fatti per quello che sono effettivamente stati.

Quella storia che però, disgraziatamente, sembra essere ancora oggi la grande assente nell’ opinione pubblica islamica. Con il risultato che la non conoscenza del passato favorisce ogni mitizzazione, accredita una visione del mondo in bianco e nero, e contribuisce non poco a distorcere gravemente il significato di quanto accade attualmente, producendo per l’ appunto vittimismo e pericolosi desideri di rivalsa .

A fare giustizia di molte leggende storiche su due aspetti centrali del passato islamico sono utilissimi due libri (oltre agli smartphone per fortuna esistono ancora i libri). Il primo, recentissimo, è di Georges Bensoussan, «Les juifs du monde arabe» (Odile Jacob, 2017) dedicato, come dice il titolo, alla vita delle comunità ebraiche nell’ islam arabo. Il mito di cui qui si tratta è quello – prediletto in special modo da tutta l’ opinione progressista occidentale ma costruito paradossalmente dal sionismo tedesco dell’ Ottocento – della presunta felice convivenza che avrebbe caratterizzato in generale l’ esistenza degli ebrei in tutto il mondo arabo.

Fintanto che – così vuole il mito – a spezzare l’ incantesimo e a rendere invivibili per gli ebrei i Paesi islamici sarebbe intervenuta la nascita abusiva dello Stato di Israele. Senza la cui presenza, perciò, l’ eden avrebbe potuto tranquillamente continuare a esistere.

Si dà invece il caso che la realtà, tranne in casi rarissimi, sia stata sempre ben diversa. Le pagine del libro forniscono a questo proposito una vasta documentazione circa il miserabile stato di inferiorità, di forzata ignoranza, in cui per secoli nel mondo islamico gli ebrei furono costretti, in virtù di un pregiudizio religioso antigiudaico ben più vasto e pervasivo di quello diffuso nel mondo cristiano.

Per essere tollerati gli ebrei erano costretti, oltre che a pagare una tassa speciale, ad accettare una condizione di paria, ad esempio subendo quotidianamente da parte di chiunque (anche di un bambino islamico incontrato per strada) una serie di angherie, di violenze e di oltraggi mortificanti senza potersi permettere, pena la vita, il minimo gesto di reazione. Si è trattato per secoli dell’ applicazione di una vera e propria tecnica di degradazione sociale tendente, suggerisce l’ autore, a una sorta di animalizzazione deumanizzante della figura dell’ ebreo.

Le cose mutarono solo con le conquiste coloniali europee e con la presenza mandataria anglo-francese nell’ ex impero ottomano dopo il 1918. Gli ebrei allora – grazie anche ai loro legami con i correligionari in Europa – furono pronti a cogliere l’ occasione e a iniziare un percorso di emancipazione culturale ed economica nei vari Paesi arabi, che gli attirò tuttavia una ancor più aggressiva ostilità da parte delle élite e delle popolazioni islamiche. Sicché dalla fine dell’ Ottocento al 1945 in tutto il Maghreb e il Medio Oriente aggressioni, disordini, autentici pogrom, non si contarono, a stento contenute dalle potenze coloniali, e con l’ ovvia appendice di derive filofasciste e filonaziste.

Assai spesso, alla sua origine il moderno nazionalismo arabo-islamico si è nutrito profondamente proprio di questo antisemitismo militante mischiato con l’ antioccidentalismo. Quando lo Stato d’ Israele, si noti bene, era ancora al di là da venire.

Sempre circa l’ immagine idilliaca della civiltà islamica che dalle nostre parti ancora piace a molti costruirsi – con conseguente autoflagellazione della civiltà occidentale – bisognerebbe poi che i nostri manuali scolastici si decidessero per esempio a dire qualcosa a proposito della tratta degli schiavi che i negrieri islamici, arabi e berberi, praticarono dall’ ottavo al sedicesimo secolo (dunque per almeno cinque, sei secoli in più rispetto ai negrieri europei e americani – di questi ultimi non pochi armatori ebrei di Charleston e di Newport – delle cui imprese, invece, quei manuali parlano a ragione molto diffusamente). Nell’ attesa si può ricorrere alle trecento e passa pagine di uno storico della Sorbona, Jacques Heers («Les négriers en terre d’ islam»).

Coadiuvati anch’ essi – come più tardi i trafficanti euro-americani – dall’ indispensabile collaborazione dei capi neri degli Stati dell’ Africa sub sahariana – sovente veri e propri Stati predatori dei propri stessi abitanti -, i negrieri islamici della penisola arabica e della riva sud del Mediterraneo si diedero per un lunghissimo tempo al commercio quando non all’ organizzazione in prima persona di razzie sistematiche, ogni volta di migliaia e migliaia di schiavi, dal Sudan al Senegal, al Mali, al Niger: non mancando d’ invocare in molte occasioni il pretesto della conversione e della guerra santa.

Fin dall’ inizio dell’ islam Gedda, Medina, la Mecca, e in seguito Algeri e Tunisi, furono grandi mercati di esseri umani catturati non solo in Africa ma anche per esempio tra i Bulgari e in tutti i Balcani. Alla metà del ‘500 i «bagni» di Algeri erano affollati pressoché esclusivamente di schiavi cristiani, bambini compresi, cui era spesso riservato il triste destino della castrazione. Mercanti islamici arrivarono a trafficare schiavi neri fino in Cina e in India.

Come si vede, è abbastanza evidente che se oggi volessimo davvero impegnarci in una battaglia culturale per favorire la nascita di un Islam «moderato», è da qui, da una ricognizione del passato, e quindi da libri di storia come quelli che ho citato, che si dovrebbe cominciare. Dal momento che è solo grazie alla conoscenza dei fatti che si può evitare di credere alle menzogne e di farne lo strumento autoconsolatorio di una propria immaginaria innocenza a confronto della malvagità altrui.

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