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Il mito di mettersi in proprio affondato dai troppi ostacoli

La Cgia di Mestre: «Redditi degli autonomi in ripresa». Ma i ragazzi guadagnano poco e non ce la fanno più

Da una parte, si è creata una frattura profonda tra i guadagni dei più anziani ed esperti e quelli dei più giovani. Dall’altro lato, la conseguenza di questo fatto è la sempre minore attrattività delle professioni autonome rispetto al lavoro dipendente, visto come un porto sicuro in quest’epoca di incertezza.

È quanto emerge dell’ultima analisi della Cgia di Mestre effettuata sulla base dei dati del dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia sulle dichiarazioni dei redditi del 2016 relative all’anno precedente. I lavoratori autonomi più ricchi d’Italia esercitano a Milano (reddito medio di 38.140 euro), seguiti dalle partite Iva di Bolzano (35.294 euro), Lecco (33.897 euro), Bologna (33.584) e Como (32.298 euro). Le posizioni di coda, invece, sono appannaggio dei calabresi. Al terzultimo posto, infatti, ci sono i professionisti di Cosenza (16.318 euro), al penultimo quelli di Crotone (15.645) e, infine, quelli di Vibo Valentia (15.479 euro) che guadagnano due volte e mezzo meno di quanto dichiarato dai colleghi di Milano. Il dato medio nazionale, invece, è pari a 26.248 euro. Rispetto al 2013, anno di picco negativo del pil registrato dopo la crisi del 2008-2009, il reddito medio a livello nazionale, afferma la Cgia, è aumentato di 2.600 euro, con punte massime di 3.577 euro a Milano, di 3.376 euro a Bolzano e di 3.263 euro a Modena.

«Sebbene i dati siano abbastanza positivi, non dobbiamo dimenticare che la crisi ha fortemente polarizzato il mondo degli autonomi, condizionando questi risultati», ha commentato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo aggiungendo che «tra i redditi più elevati troviamo la fascia di lavoratori tra i 50 e i 65 anni, mentre gli under 40 hanno subito un processo di proletarizzazione della professione che è stato spaventoso». Il crollo dei redditi, l’elevata intermittenza lavorativa e lo scarso grado di autonomia sempre più legata al rapporto diretto con un limitato numero di committenti, hanno caratterizzato l’attività lavorativa di centinaia di migliaia di giovani professionisti.

Non sorprende perciò quanto emerso dal sondaggio Tns riportato nel «Piano d’azione Imprenditorialità 2020» redatto dalla Commissione europea. Tra 2009 e 2012 la percentuale delle persone che preferiscono il lavoro autonomo al lavoro subordinato è scesa dal 45% al 37 per cento. In fondo, basta guardare la realtà italiana. L’analisi della Cgia di Mestre evidenzia che il 40% circa dei lavoratori autonomi è concentrato lungo le due principali filiere produttive che si sono imposte economicamente nel Paese: l’asse Milano-Trieste (con forti specializzazioni nella meccanica, nell’agricoltura di qualità, nella moda) e la via Emilia (con il settore metalmeccanico) che ha dato origine alla cosiddetta dorsale adriatica. Negli ultimi 15 anni in queste aree si è concentrato un terziario immateriale avanzato costituito prevalentemente da giovani con un elevato livello di scolarizzazione. L’avvento della crisi ha colto questi indipendenti del tutto impreparati. Il segretario della Cgia, Renato Mason, ha commentato favorevolmente l’introduzione del Jobs Act degli autonomi che estende molte tutele anche a questi ragazzi ma, se si vogliono aiutare i giovani professionisti, la priorità è solo una: abbassare le tasse come «eliminare l’Irap per coloro che non dispongono di un’attività organizzata».

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