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“La Consip di Mubarak”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Per un impietoso scherzo del destino, ieri in Senato il dibattito sul caso Consip è stato inframmezzato dalla commemorazione dell’ex ministro delle Poste Oscar Mammì. Il quale, come tutti i defunti, è stato dipinto coram populo come un grande statista, un marito premuroso e un padre esemplare. E, intendiamoci, probabilmente lo era. Purtroppo però la storia lo inchiodò alla legge che portava il suo nome, quella che nel 1990 riformò il sistema radiotelevisivo. O, meglio, ne fotografò lo status quo, a tutto vantaggio di chi negli anni del Far West incontrollato aveva strappato pezzo per pezzo il monopolio assoluto dell’emittenza privata: e cioè Silvio Berlusconi con le sue tre reti Fininvest. Una legge Polaroid che legalizzava l’illegalità, violando sentenze della Consulta e direttive antitrust europee. Imposta col ricatto della fiducia dal Caf: il trio Craxi-Andreotti-Forlani che Fininvest spudoratamente spalleggiava, senza contare i 21 miliardi di lire che alla vigilia della legge il Cavaliere dirottò su un conto svizzero di Craxi (il quale 6-7 anni prima aveva varato due decreti per salvare le reti fuorilegge dell’amico) e le altre mazzette che i berluscones si accingevano a sganciare all’entourage del ministro per il piano-frequenze. Un caso di scuola di conflitto d’interessi politica-affari e di compravendita delle leggi che anticipava il ventennio berlusconiano. Il Pds, pur con molte ambiguità, si oppose alla Mammì, e così la sinistra Dc, che ritirò i suoi 5 ministri dal governo Andreotti, il quale li rimpiazzò in una notte – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 21 giugno 2017, dal titolo “La Consip di Mubarak”.

Ieri Luigi Zanda, capogruppo del Pd che dovrebbe rivendicare con orgoglio quella battaglia dei partiti progenitori, se n’è pubblicamente pentito, scagliandosi contro chi aveva osato opporsi. E così, forse senz’accorgersene (la memoria dei politici ormai è più corta di quella dei pesci rossi), in piena nsintonia con i Gasparri e i Romani, ha sparato sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel 1990 lasciò il ministero dell’Istruzione definendo “inammissibile porre la fiducia per violare una direttiva comunitaria”. Ma oggi la regola è: una mano (morta) lava l’altra. E i conflitti d’interessi di ieri cancellano quelli di oggi. Un colpo di spugna su quelli passati per santificare quelli presenti (e – non poniamo limiti alla Provvidenza – su quelli futuri).

C’è quello gigantesco di Etruria, una delle tante banche sbancate da amministratori senza scrupoli che due anni fa si tentava di salvare: due scoop del Fatto e uno di De Bortoli provano che la sottosegretaria Maria Elena Boschi, da ministro delle Riforme e dei Rapporti col Parlamento, mentì alla Camera.

Cioè giurò di non essersi mai occupata dell’istituto aretino vicepresieduto dal padre Pier Luigi e negando il proprio conflitto d’interessi perché Etruria non ebbe trattamenti di favore. Invece si è scoperto che: nel marzo 2014 la neoministra e il babbo incontrarono i vertici di Etruria e di Veneto Banca per discuterne la fusione; il 3.2.2015 il babbo si impegnò col dg di Veneto Banca a parlare del caso Etruria con lei e col premier Renzi; nel 2015 la ministra telefonò all’ad Unicredit per invitarlo ad accollarsi il bidone Etruria. Sulle prime due notizie, la Boschi non dice una parola. Sulla terza, minaccia di querelare De Bortoli ma poi se ne guarda bene. Eppure si era impegnata a dimettersi se fosse emerso un conflitto d’interessi. Ed è ancora al suo posto.

Un altro conflitto d’interessi – monumentale – è quello di Consip. E non solo perché nasce dai traffici per truccare il più grande appalto pubblico d’Europa (roba da 2,7 miliardi). Ma anche perché l’indagine coinvolge personaggi pubblici di altissimo livello istituzionale: il comandante generale dei Carabinieri (Del Sette), quello dei Carabinieri della Toscana (Saltalamacchia), il ministro dello Sport (Lotti), il presidente uscente di Consip (Ferrara), un ex dirigente di Consip (Gasparri), il presidente di Publiacqua ed ex consulente del governo Renzi (Vannoni); e tre privati cittadini: l’imprenditore Romeo, il padre dell’ex premier Tiziano Renzi e il suo mediatore-faccendiere Russo. Tutti indagati per vari reati emersi da intercettazioni e testimonianze, in primis dell’ad di Consip Luigi Marroni. Indovinate chi è l’unico personaggio che il governo vuole cacciare? Non i due generali, il ministro e l’ex consulente indagati per la fuga di notizie che rovinò l’indagine per salvare Renzi padre e dunque Renzi figlio. Ma Marroni, cioè l’unico non indagato perché non sospettato di alcun reato, ma “colpevole” solo di aver compiuto il proprio dovere di testimoniare, giurando di dire tutta la verità. Una verità che i pm ritengono autentica, altrimenti l’avrebbero indagato per false informazioni. Cosa che invece han fatto con Ferrara, che prima giurava di aver saputo delle indagini su Romeo da Del Sette, e ora ha ritrattato tutto.

È l’ultimo di una catena di delitti (politici e penali) commessi per coprire le tracce di quelli precedenti. Papà Renzi&C. tentano di pilotare il mega-appalto Consip verso l’amico Romeo che in cambio vuole pagargli 30 mila euro al mese? Alti ufficiali dell’Arma avvertono i vertici Consip, babbo Renzi e l’entourage del figlio di stare in campana. In Consip spariscono le cimici e tutti smettono di parlare. Chi paga? Il capo della Procura di Napoli Colangelo che ha scoperto lo scandalo: prepensionato dal governo. E il pm Woodcock che ha avviato l’inchiesta: il Csm lo vuole trasferire. Ma purtroppo Marroni canta: infatti il governo lo caccia.

Canta pure il sindaco Pd di Rignano: infatti non viene ricandidato. Canta anche Ferrara: infatti poi ritratta. Le opposizioni chiedono che se ne vada almeno Lotti: infatti le loro mozioni vengono respinte dal Parlamento. Com’era quella storia della nipote di Mubarak?

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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