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Maria Elena Boschi e Banca Etruria: un fedelissimo di Pier Carlo Padoan ha inguiato la sottosegretaria

(Franco Bechis – liberoquotidiano.it) – Forse Matteo Renzi e il Pd invece di continuare a fare quadrato (ieri è toccato al presidente del partito, Matteo Orfini) su Maria Elena Boschi e le disavventure di Banca Etruria su cui emergono ogni giorno vecchi imbarazzanti particolari, farebbero meglio a segnarsi in agenda qualche nome. E una data: quella del 18 novembre 2015. Perché tutti i guai per loro, dallo scandalo bancario alla credibilità del governo man mano frantumata, fino forse addirittura alla cocente sconfitta referendaria del 4 dicembre scorso, discendono tutti da quella data e da quei nomi. E a uno su tutti dovrebbero chiedere spiegazioni: il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che dovrebbe conoscere bene genesi e autori delle disavventure politico-finanziarie del governo.

Porta infatti la data del 18 novembre del 2015 un messaggio di posta elettronica dal titolo «Ulteriori informazioni richieste», che partiva da un signore tedesco, Bernhard Windisch, il capo dei consulenti della direzione concorrenza della commissione europea guidata da Margrethe Vestager. Era indirizzato ad altri consulenti (come Samuel Faccenda), a funzionari della stessa commissione ma soprattutto al vicecapo dei servizi di vigilanza di via Nazionale, Stefano De Polis e ad alcuni dirigenti del ministero dell’Economia fra cui Elena Comparato e Alessandro Rivera.

Dalla mail si capisce che qualcuno dei destinatari del Tesoro italiano aveva dato per telefono al consulente una informazione assai preziosa, che per la commissione cambiava tutte le condizioni di cui si stava discutendo a proposito del decreto di risoluzione per Banca Etruria e le altre 3 che il governo italiano avrebbe poi varato il 22 novembre successivo: solo quattro giorni dopo il messaggio di posta elettronica. In quella telefonata facendo il primo della classe un dirigente del Tesoro comunicava alla commissione l’ultima operazione di cessione di Npl (crediti non performanti) avvenuta sul mercato italiano. Era stata appena compiuta proprio da Banca Etruria che in quel momento era commissariata dalla Banca d’Italia: la cessione di un pacchetto di Npl che riguardava 1.860 propri clienti (2/3 crediti chirografari e 1/3 ipotecario) che aveva un valore lordo di 302 milioni. Era stato acquistato in gran silenzio dal Credito Fondiario a un prezzo netto parti al 14,7% del valore effettivo. Un’operazione che si sarebbe perfezionata solo nel febbraio successivo, con l’autorizzazione formale della Banca d’Italia, ma di cui molto si è chiacchierato: mai il prezzo di operazioni simili era nei mesi e negli anni precedenti sceso sotto al 20% del valore netto dei crediti. Tanto è che si è chiacchierato di un possibile favore al Credito Fondiario, che è una sorte di boutique finanziaria dove erano rappresentati alcuni importanti nomi italiani e non solo: dall’ex presidente dell’Enel Piero Gnudi, all’ex membro del comitato esecutivo della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, l’ex manager di Citigroup Panfilo Tarantelli, la famiglia De Agostini, Alessandro Benetton, l’ex manager Fiat Umberto Quadrino e il presidente dello Ior, Jean Baptiste de Franssu.

Sicuramente il Credito Fondiario ha fatto un ottimo affare con quel pacchetto, ma non è questo quel che conta. Dagli atti della commissione si capisce che fino a quel giorno la Ue era orientata a chiedere all’Italia nel decreto di risoluzione per Etruria e le altre una svalutazione dei crediti che oscillava fra il 20 e il 22% del valore. Questo perché analoghe percentuali erano state chieste all’interno della comunità ad altri paesi che avevano avuto crisi bancarie, dalla Irlanda alla Spagna fino al più recente caso della Slovenia. Con la bella trovata della soffiata fatta dal Tesoro italiano, la commissione ha invece registrato che l’ultima operazione fatta sul mercato in Italia era avvenuta a una percentuale di gran lunga inferiore (il 14,7%). E nel via libera della commissione si cita proprio il caso Credito Fondiario. Così quel 20-22% diventa facendo media con il nuovo prezzo di mercato esattamente il 17,5% che sarà poi contenuto nel decreto di risoluzione del governo italiano. Tutta colpa di quel primo della classe che ha fatto la soffiata al consulente della commissione. E in quella telefonata c’è proprio un altro mondo. Se la Ue non fosse stata informata, le quattro banche in risoluzione non avrebbero dovuto azzerare le obbligazioni subordinate. Non ci sarebbero stati i risparmiatori truffati. Non sarebbe nato un caso Maria Elena Boschi. Nessuno si sarebbe occupato di cosa aveva fatto o meno suo padre. Il governo Renzi non avrebbe visto franare come fu la sua credibilità politica e di conseguenza la popolarità. Sarebbe stato più forte nella campagna referendaria (dove era esposta la Boschi), e chissà la storia di questi anni avrebbe avuto una piega diversa. Forse vale la pena che dopo tanto tempo l’ex premier chieda una spiegazione a Padoan. Almeno per capire a chi debba dire grazie.

di Franco Bechis
@FrancoBechis

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