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Quel paese così vitale, così mutato

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – A cavallo tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, l’Italia cambiò come mai era accaduto nella sua lunga storia. Neanche le guerre, i cambiamenti di regimi e di stati, trasformarono il nostro Paese come in quel ventennio.

L’Italia entrò negli anni 50 come un paese agricolo a maggioranza contadina e vi uscì a fine anni 60 come un paese industrializzato, benestante, borghese e operaio, consumista. Le sue condizioni di vita prima del boom economico somigliavano a quelle degli antenati, dopo un ventennio quasi tutti ebbero l’automobile e il telefono, il frigorifero e la lavatrice.

Certo, lo sviluppo economico ebbe i suoi costi: cementificazione selvaggia, speculazione edilizia, nuovo massiccio fenomeno migratorio verso il nord e verso le città, degrado, traffico e poi tensioni sociali. Qualcuno disse, come Pasolini al termine di quel ventennio, che le macerie morali e spirituali dell’Italia benestante erano peggiori delle macerie materiali da cui era risorta dopo la guerra.

Ma lo sviluppo del Paese fu impressionante. La tv concorse più della scuola ad alfabetizzare gli italiani e a passare dal dialetto alla lingua nazionale: e più del Risorgimento contribuì a unificare l’Italia nei costumi e poi nel malcostume.

Cosa non funzionò in quegli anni? Fu una crescita spontanea, scomposta, non sorretta da “una certa idea dell’Italia”, come poi ammise uno dei politici emergenti di quegli anni, Giulio Andreotti.

Sul piano mondiale, l’Italia restò ancorata ai due blocchi contrapposti nella Guerra Fredda: un’Italia americanizzata, prevalente, e un’Italia comunista filosovietica. L’Europa compiva i suoi primi faticosi passi, mentre la società gradualmente si scristianizzava; il Concilio Vaticano II non l’aiutò a ritrovare il suo senso religioso.

Se dovessimo riassumere in due immagini quel ventennio nei suoi due punti estremi dovremo ricorrere da un verso alla gioiosa vitalità di una società che cresceva in tutti i sensi, che figliava, che si spostava, che scopriva la bellezza delle vacanze, l’esuberanza di una società in cui i figli sarebbero riusciti meglio dei loro padri.

Ma dall’altro verso dovremmo ricordare come poi si conclusero quegli anni, con l’euforia rabbiosa del ’68, il conflitto generazionale tra giovani e maturi (all’epoca matusa), la guerra contro ogni potere, ogni autorità, le contestazioni, le lotte operaie, femminili, studentesche.

Il ’68 fallì come rivoluzione politica ed economica perché non cambiò gli assetti di potere ma riuscì come rivoluzione di costume e nei legami sociali. L’Italia entrata nel gorgo della contestazione aveva tanti difetti e molte arretratezze: ma l’Italia che ne uscì – famiglie, scuole, università, settore pubblico – fu decisamente peggiore, più lacerata, più devastata.

Crebbe col collettivismo l’egoismo, il cinismo, i meriti e i valori furono mortificati.

Del boom degli anni cinquanta e dello sboom da cui sorsero poi i cupi anni settanta, portiamo ancora le stimmate e le eredità. Ma in quel passato avevamo più voglia di futuro.

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