Cronaca/Inchieste/Interno

Siccità, l’acqua in Italia c’è ma è usata male: i 5 problemi

Abbiamo il terzo consumo medio al mondo dopo Usa e Australia. Troppi sprechi (il 38,2%). Burocrazia caotica. Depuratori inadeguati. E dighe senza collaudo. I guai che ci hanno portato all’emergenza idrica.

IL LIVELLO DEL PO SCESO DEL 65%. La notizia è che il Consiglio dei ministri il 22 giugno 2017 ha deliberato lo stato di emergenza nel territorio delle province di Parma e Piacenza per crisi idrica. La siccità sta colpendo duramente diverse aree del Paese. In Piemonte il livello del Po è sceso del 65% rispetto alla media mensile degli anni precedenti e la Regione ha decretato lo stato di “massima pericolosità” per il rischio incendi.

ORDINANZA RESTRITTIVA A ROMA. La Sardegna ha chiesto lo stato di calamità naturale. Il Veneto ha imposto restrizioni per ridurre il prelievo di acqua dai fiumi in secca. In Friuli Venezia Giulia e in Toscana è stato decretato lo stato di emergenza idrica. A Roma la giunta ha emanato un’ordinanza per limitare l’uso dell’acqua per annaffiare orti e giardini, riempire piscine, lavare auto. In Campania la mancanza d’acqua sta mettendo nei guai le isole del Golfo di Napoli ed è stato ridotto del 30% l’invio di acqua potabile a Ischia.

LA TERZA PRIMAVERA PIÙ ASCIUTTA. L’agricoltura soffre dappertutto. La Coldiretti in una nota ufficiale ha affermato che «le precipitazioni sono state inferiori alla media con la primavera meteorologica che si classifica in Italia come la terza più asciutta dal 1800 e un deficit idrico di quasi il 50% dopo che anche l’inverno si era classificato al terzo posto tra i più asciutti con il 48% di precipitazioni in meno».

POTREBBE DIVENTARE LA NORMALITÀ. Ma in realtà il riscaldamento globale e l’innalzarsi delle temperature ci fa pensare che questa situazione più che un’emergenza è destinata a diventare una nuova normalità. E l’Italia deve imparare ad avere una nuova relazione con il consumo idrico. Vediamo dunque cosa non va.

1. Usiamo troppa acqua: 245 litri di consumo medio giornaliero per abitante

L’Italia è uno dei Paesi al mondo in cui si utilizza più acqua. Uno studio Onu del 2006 stimava il consumo medio di acqua dell’Italia (sommando uso personale e produttivo) il terzo al mondo dopo quello di Stati Uniti e Australia. Secondo l’Istat una stima media dell’acqua potabile consumata al giorno per ogni abitante è di 245 litri. Il calcolo in questo caso è basato sul volume di acqua erogata agli utenti delle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia.

L’85,6% PROVIENE DAL SOTTOSUOLO. Non tutta Italia si comporta allo stesso modo: a Crotone la media è di 138 litri, a Milano 384. A questo dato vanno sommati i circa 11,6 miliardi di metri cubi annui utilizzati per l’agricoltura e i 5,5 miliardi per l’industria e la produzione manifatturiera. Per l’85,6 % dell’acqua che usiamo proviene dal sottosuolo (sorgenti e pozzi), il 14,3% da acque superficiali e solo in minima parte da acque marine o salmastre.

2. Sprechi eccessivi: il 60% delle infrastrutture ha più di 30 anni

Secondo un rapporto pubblicato a inizio 2017 da Utilitalia (l’associazione delle aziende pubbliche locali) gli acquedotti italiani sono vecchi se non obsoleti: il 60% delle infrastrutture è stato realizzato oltre 30 anni fa, di queste il 25% ha superato il mezzo secolo e soprattutto le grandi città hanno impianti datati. Questo genera colossali sprechi. Calcolando la differenza tra i volumi di acqua potabile immessi e i volumi complessivamente erogati emerge il quadro stimabile di perdite idriche delle nostre reti.

PERDITE PER 139 LITRI AL GIORNO A PERSONA. Per i comuni capoluogo di provincia l’Istat stima una perdita nel 2015 pari a 1,01 miliardi di metri cubi, corrispondenti a una dispersione giornaliera di 2,8 milioni di metri cubi d’acqua potabile. Ci sono perdite apparenti dovute a allacciamenti illegali o a mancate rilevazioni o malfunzionamento dei contatori, e perdite reali, causate da usura delle tubature o difetti della rete idrica. Le perdite reali sono stimabili in media in 139 litri al giorno per abitante. Una quantità d’acqua che all’anno soddisferebbe le esigenze di 10,5 milioni di persone.

A POTENZA RECORD DI DISPERSIONE NELLA RETE. In media in Italia il 38,2% dell’acqua viene persa. In alcune città (sempre secondo l’Istat) come Latina, Frosinone, Campobasso, Vibo Valentia, Tempio Pausania e Iglesias si arriva a disperdere fino al 60% dell’acqua potabile. A Potenza per avere 3 litri d’acqua dal rubinetto l’acquedotto deve immetterne nella rete 10. Solo in otto capoluoghi italiani si registrano dispersioni inferiori al 15%: Pavia, Monza, Mantova, Udine, Pordenone, Macerata, Foggia e Lanusei.

3. Burocrazia farraginosa: non esiste un modello unico di gestione

Le criticità del sistema di trasporto dell’acqua sono anche frutto di un sistema legislativo e gestionale farraginoso e che ha generato caos e inefficienze. Nel 1994 venne introdotto, con la cosiddetta Legge Galli, il Sistema idrico integrato, successivamente riformato nel 2006. La gestione dell’acqua in Italia è affidata alle Aato (Autorità d’ambito territoriale ottimale). Sono circa 90 in tutta Italia e sono incaricate di affidare il servizio idrico ai gestori di zona. Sono governati da un’assemblea di sindaci del territorio (o loro delegati) che appaltano il servizio ai gestori con una convenzione, secondo procedure che differiscono per ogni ente.

OLTRE 700 ATTORI CHE OPERANO NEL PAESE. Non esiste un unico modello di gestione: convivono gestori pubblici, privati e misti in una frammentazione spesso caotica. In Italia ci sono oltre 700 gestori che operano con convenzioni più o meno estese con le Aato. Questo perché al fianco di convenzioni di affidamento “prevalente” sussistono una pluralità di affidamenti minori come quelli che scelgono molti piccoli Comuni che decidono di gestire direttamente il servizio o creare società partecipate.

STANZIATI 4,5 MILIARDI PER I MIGLIORAMENTI. A marzo del 2017 il governo Gentiloni ha stanziato 4,5 miliardi di euro per investimenti destinati a migliorare il trattamento delle acque a valle (collettamento e depurazione) e a contrastare le perdite. Il ministro per la Coesione territoriale e del Mezzogiorno Claudio De Vincenti ha però spiegato come gli investimenti non possano prescindere da una radicale opera di riorganizzazione delle gestioni, superando le frammentazioni.

4. Depuratori inadeguati: avremmo il budget, ma non lo spendiamo

L’inefficienza del sistema ha creato situazioni paradossali. La prima riguarda le depurazioni. Gli impianti di depurazione devono seguire delle direttive europee che spesso vengono ignorate. I soldi ci sono, ma non vengono spesi.

CI SONO 1,8 MILIARDI DI EURO DA SBLOCCARE. Questo ha costretto il governo a nominare un commissario nazionale per la depurazione, Enrico Rolle, che ha il compito di sbloccare progetti di depurazione fermi da anni con un budget a disposizione di 1,8 miliardi di euro. Una spesa obbligata visto che le procedure di infrazione aperte dall’Ue sui depuratori (in particolare al Sud) comportano sanzioni stimate in 126 milioni di euro all’anno.

5. Dighe senza collaudo: il caso più eclatante in Sardegna

In Italia esiste anche un sistema di dighe e invasi che potrebbe supplire alle carenze d’acqua, ma che non funziona a regime perché mancano i collaudi. Il governo a marzo 2017 ha stanziato 300 milioni per portare avanti queste procedure anch’esse ferme da anni. Il caso più eclatante è la Sardegna, regione che ha chiesto lo stato di calamità naturale per la siccità ed è storicamente afflitta da carenza d’acqua.

L’ACQUA SI ALZA E VIENE FATTA DEFLUIRE. Durante la siccità del 2011, quando non ci furono precipitazioni per più di cinque mesi, l’Ordine dei geologi denunciò come su 100 litri immessi nella rete idrica, 85 venissero smarriti per strada. La regione ha 32 invasi di grandi/medie dimensioni con una capacità massima di 2 miliardi e 280 milioni metri cubi di acqua. La maggioranza delle dighe non ha però il collaudo e quindi quando nei bacini il livello delle riserve si alza le acque vengono fatte defluire.

LE INEFFICIENZE SONO ORMAI CRONICHE. La diga sull’Omodeo – in località Cantoniera, provincia di Oristano – può contenere 790 milioni di metri cubi d’acqua, ma non viene mai superata la metà della capienza perché manca il collaudo. La diga sul Lerno a Pattada (provincia di Sassari), il cui invaso può contenere più di 70 milioni di metri cubi, a febbraio 2017 è stata in parte svuotata poiché è collaudata solo per 34 milioni di metri cubi. Sono solo degli esempi, ma illustrano alla perfezione le ragioni per cui l’Italia più che di siccità soffre di inefficienze croniche e, come il vecchio marinaio maledetto di Coleridge, rischia di morire di sete in un oceano d’acqua.

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