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Marcello Veneziani: “Zingari o Rom, realtà o menzogna”

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – La leggenda dei rom e la realtà degli zingari. Se volete capire che cos’è il politicamente corretto inalberato dalla sinistra e adottato da quasi tutti i media, e quali  danni realmente produce nella vita quotidiana, i rom sono il campione perfetto.

Dunque un tempo dicevi zingari e mettevi subito mano al portafogli o alla borsetta, sapendo che correvi un rischio in loro presenza. Ciascuno di noi ha visto o subito non uno ma dieci episodi di furti e di tentati furti ad opera loro. In autobus, per strada, nei luoghi affollati. O anche in casa.

Dicevi zingari e nella migliore delle ipotesi ti venivano fuori le immagini di donne che ti chiedono l’elemosina in modo insistente e minaccioso, ti infilano con forza dei fiori tra le mani per pretendere soldi, o ti lanciavano maledizioni.

Dicevi zingari e ti venivano fuori immagini di uomini zazzeruti col coltello in mano e ti auguravi di non incontrarli mai in spazi solitari.

Dicevi zingari e ti ricordavi dei loro centri degradati, peggio dei centri d’accoglienza per immigrati, luoghi sporchi e loschi da cui bisogna stare lontani.

Appena si installava un insediamento di zingari i furti nelle case e nelle strade aumentavano paurosamente. Condizioni di miseria, certo, ma poi non ti spiegavi alcuni lussi e alcune auto di grossa cilindrata.

Poi un bel giorno, avvenne il miracolo. Scattò un divieto. Non il divieto di rubare, di accamparsi abusivamente, di sfruttare i bambini per attività furtive. No, il divieto di chiamarli zingari.

Furono chiamati rom e la musica cambiò d’incanto. Si parlò di cultura rom, di stile di vita nomade, alcuni filosofi li videro come i precursori della vita nomade moderna e del pensiero nomade, senza legami di luogo e di legge, senza norme né confini.

Si ricordò dei rom finiti nei lager. Si parlò di culture emarginate, di tutela delle minoranze. Zingaro diventò una parola vietata, persino la canzone di Nicola di Bari e di Iva Zanicchi sulla zingara passò alla clandestinità.

Oggi quella spremuta retorica di rom viene riassunta dal fotografo Oliviero Toscani, intervenuto con me su 7 del Corriere della sera in modo esemplare: “Dovremmo lasciarci affascinare dalla cultura rom. Anche nella persona più triste c’è un desiderio segreto di libertà dai vincoli, dalle convenzioni, dalle appartenenze”.

E chi non la pensa così, “vuole che tornino le leggi razziali”, è razzista. Il vero degrado, dice Toscani, non sono i campi rom ma l’idea di chiuderli anziché migliorarli coi nostri soldi pubblici.

Ecco il miracolo. E’ bastato chiamarli rom e tutto ciò che noi sapevamo di loro, per diceria e pregiudizio ma soprattutto per esperienza di vita è stato cancellato per legge. E se li tiri fuori ecco la romfobia, l’odio razziale…

Un nome per depurare e lasciare così alla vecchia e proibita parola zingari le nefandezze del passato. Il guaio è che la leggenda dei rom è una cosa ma la realtà degli zingari non è cambiata, resta sempre la stessa. Furti, minacce, coltelli, abusi dei minori, insicurezza sociale.

Per carità mai generalizzare, ma bisogna ammettere che la media, lo standard è quello. Non conosco progressista e umanitario che alla presenza di una zingara in un bus non si allontani e non vigili sul suo portafogli o sulla sua roba.

Ecco i danni pratici della retorica, per giunta a norma di legge, ecco le boldrinate, per non dir di peggio, le bergogliate. Ora assistiamo a un paradosso: se un Salvini o anche una Meloni prova a dire: chiudiamo i campi rom, passa per razzista e viene massacrato.

Poi viene fuori una Boldrini o chi per lei e dice la stessa cosa, chiudiamo i campi rom, e viene beatificata. Perché il sottinteso dei primi è evitiamo assembramenti pericolosi e non carichiamo i quartieri di un’insidia e un rischio; mentre il sottinteso dei secondi è costruiamo per i rom quelle cittadine residenziali che non riusciamo a ricostruire per i terremotati o diamo loro le case popolari che non siamo in grado di dare agli italiani indigenti. Forzando, oltretutto, la loro natura nomade, obbligandoli a diventare stanziali.

Ora lasciamo da parte la leggenda dei rom e la realtà degli zingari coi rispettivi pregiudizi, e facciamo un ragionamento serio.

Prima di tutto serve un censimento vero, non quello numerico a cui faceva riferimento ieri l’inchiesta puntuale de Il Tempo, ma qualitativo: non basta sapere quanti sono ma cosa fanno, di che vivono, quale attività lecita svolgono per permettersi quelle auto o semplicemente per vivere.

Se non svolgono alcuna attività come pensate che si sostengano? E non dovrebbe la legge italiana, l’autorità, le forze dell’ordine intervenire di conseguenza, prevedendo in questi casi anche espulsioni?

Volgendo in positivo la prescrizione: i rom-zingari rispettino le nostre leggi, mandino a scuola i figli, siano reperibili, nonostante il loro statuto di nomadi, dimostrino la loro attività di sostentamento, paghino le tasse, pur minime se in stato d’indigenza, e nessuno avrà nulla da obiettare a loro, anzi potranno beneficiare dei servizi sociali.

Che vivano pure la loro vita nomade, ma non in grandi villaggi abusivi e degradati, esposti alla delinquenza organizzata, alle faide tra tribù, incendi inclusi. Ma in singole roulotte autorizzate, mai raggruppate in numero maggiore di 3-4 unità.

Questo dice la ragione, vista l’esperienza comune. Nessun giudizio a priori, solo diffidenza a posteriori, per quel che di solito accade in presenza di nomadi e dei loro campi.

Ma la realtà per il politically correct non conta niente e se diverge dall’ideologia, tanto peggio per la realtà. Poi si chiedono perché la gente protesta, non va a votare, vota populista o non si sente protetta.

Perché alla fine il reato è di chi li chiama zingari e non di chi ruba.

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