Cronaca/Interno/Politica

Renzi vuole elezioni a novembre: “No alla trappola di Bersani”

(di GOFFREDO DE MARCHIS – repubblica.it) – ROMA – Altro che voto locale. Matteo Renzi e Silvio Berlusconi attendono l’esito dei ballottaggi di oggi coltivando una suggestione: riprendere in mano la legge elettorale spiaggiata alla Camera due settimane fa, cercando di approvarla prima della pausa estiva. A quel punto, con lo strumento adatto, l’idea di elezioni anticipate, magari a novembre, riprenderebbe corpo.

Il fronte renziano guarda a due variabili. Il risultato del secondo turno, prima di tutto: “Se le cose vanno molto male, allora sarebbe giusto prendere di petto la situazione delle politiche il prima possibile. Se le cose vanno bene, potremmo sfruttare l’onda…”. L’eventuale onda da surfare avrebbe anche il vantaggio di non dare tempo all’area di Giuliano Pisapia di organizzarsi e di farsi conoscere. L’altra variabile è Pier Luigi Bersani. Secondo i renziani, ha un piano: far votare la legge di bilancio al Pd e a Forza Italia dimostrando che la Grande coalizione è già una realtà. Una volta chiusa la finestra elettorale, Articolo 1, il gruppo parlamentare dei bersaniani, si sfilerebbe ufficialmente dalla maggioranza. “Non siamo mai stati invitati a confrontarci su cosa pensiamo di voucher, di Consip – ha ricordato ieri Bersani a Napoli alla manifestazione organizzata da Bruno Tabacci -. Se non ci si chiede niente, cerchiamo di mantenere la fiducia fino a che è possibile. Poi ci teniamo le mani libere sul merito dei provvedimenti”. Ecco, appunto. Per Renzi sono dichiarazioni utili a tastare il terreno, a preparare l’uscita.

A Largo del Nazareno però dicono che un voto comune con Berlusconi sulla manovra non è nell’ordine delle cose. Anzi, è impossibile. Diventerebbe invece un’ipotesi dopo un passaggio elettorale, nell’eventualità di un esito senza vincitore. In sostanza, il governo Gentiloni scrive la Finanziaria, la presenta in Europa e poi l’approva il nuovo Parlamento.

Ma sulla suggestione del voto avrà un impatto il risultato di oggi, al di là del suo significato locale. Il Pd si prepara a valutarlo più che sui numeri assoluti sul ‘peso’ delle sfide e sul significato simbolico delle città dove si sceglie il sindaco. Tenere Sesto San Giovanni, pur non essendo un capoluogo, avrebbe il sapore di un successo che rispetta la tradizione e la storia. Una vittoria a Parma, dove la sinistra non vince da 20 anni e dove i 5stelle conquistarono la loro prima medaglia amministrativa, compenserebbe una eventuale sconfitta a Genova. O almeno così la presentano alla vigilia i renziani. Resistere all’Aquila, dopo il terremoto e la ricostruzione, non sarebbe un fatto secondario. Sono auspici naturalmente e in parte, dice Renzi, spiegano la sua assenza durante la campagna elettorale: “Ogni città ha una sua storia da raccontare…”. Il segretario del Pd non ha voluto interferire con i percorsi politici di quelle singole realtà.

LO SPECIALE: I BALLOTTAGGI NELLE CITTA’

Dai risultati dipendono anche gli sviluppi del dibattito interno. Andrea Orlando non ha alcuna intenzione di mettere in discussione la segreteria in caso di ballottaggi falliti. Semmai dirà che la linea da seguire è la sua: coalizione con il resto del centrosinistra senza veti, dialogo con Pisapia a partire dalla manifestazione di sabato prossimo. Il ministro della Giustizia punta ad affermare un cambio di rotta radicale che passa non dall’attacco al ruolo del segretario ma a un bersaglio ancora più grosso e indigesto per Renzi: la leadership del centrosinistra e dunque la candidatura a premier. Questo è il punto: si potranno fare tutte le compensazioni del caso, ma un severo risultato nei ballottaggi è destinato a riaprire il dibattito sulla corsa di Renzi verso Palazzo Chigi. Ma il Nazareno comunque nega l’intenzione di anticipare il voto in autunno.

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