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Maurizio Belpietro: “Sberla a Renzi e all’inciucio”

(Maurizio Belpietro per La Verità) – Matteo Renzi ha preso un’ altra sberla. Per quanto abbia cercato di non metterci la faccia, di non farsi intravedere durante la campagna elettorale per il rinnovo dei sindaci di molte città italiane onde non intestarsi la sconfitta, il manrovescio degli elettori è destinato a lui, al leader incontrastato del Pd e dell’ esecutivo.

Perché non c’ è dubbio che nel sorprendente risultato di ieri non contino solo le variabili dei candidati in corsa per la guida di città come Genova o L’ Aquila, ma contino e molto di più gli ultimi anni di governo e conti soprattutto la voglia del segretario del Pd di tornare ad ogni costo a Palazzo Chigi, nonostante la promessa di ritirarsi fatta prima e dopo il referendum costituzionale.

Oggi Renzi proverà a minimizzare il danno, circoscrivendo il disastro ad alcune città come Genova o Parma e attribuendo alla batosta una valenza esclusivamente locale. La sconfitta del 4 dicembre da questo punto di vista sembra avergli insegnato almeno una cosa, ovvero a non prestare il fianco a chi lo vorrebbe definitivamente fuori dalla scena politica e dunque a evitare qualsiasi cosa che possa indurlo ad un passo indietro.

Tuttavia sarà difficile per lui poter sostenere che aver regalato al centrodestra alcune delle città più rosse d’Italia, aver indotto all’ astensionismo gli elettori. di sinistra, sia solo una questione riguardante le amministrative. In particolare sarà impossibile negare l’esistenza di un filo che unisce Genova a Parma e questa a Verona, Pistoia, L’Aquila, Piacenza e Monza e che quel filo si chiami Renzi. È lontano il successo delle elezioni Europee del 2014, quel 40 per cento di voti comprato con un bonus di 80 euro, un colossale voto di scambio. Oggi il Pd arretra ovunque e ovunque perde il controllo di città storicamente di sinistra, quasi che la sinistra abbia scelto di voltare le spalle al partito.

Del resto, per capire il fenomeno che sta rapidamente cambiando lo scenario politico italiano è sufficiente riflettere su un fatto incontestabile. Gli ultimi tre appuntamenti elettorali hanno visto il Pd di Renzi arretrare e anche in misura vistosa. Non c’ è solo il risultato del referendum, dove quel 60 per cento di No resta un macigno sulla carriera politica di chi l’ ha promosso: ci sono le sfide perse a Venezia e poi a Roma e Torino, dove due outsider prive di esperienza e della macchina organizzativa di cui dispone il Partito democratico sono riuscite a sbaragliare il candidato del Pd, umiliando un dirigente nazionale del calibro di Piero Fassino.

Tutto ciò non è secondario e indica che dopo una luna di miele che pareva aprire a Renzi un futuro radioso, gli elettori gli hanno voltato le spalle e guardano a lui con crescente insofferenza. Per altro, è difficile dar torto agli italiani, perché molti dei nodi non affrontati dal suo governo stanno venendo al pettine, a cominciare dalla ripresa che non c’ è per finire al debito pubblico che cresce al ritmo di 2 miliardi al mese.

Per tacere naturalmente della leggerezza e della goffaggine con cui è stata gestita la questione delle banche, da Etruria al Monte dei Paschi per finire agli istituti di credito veneti: un disastro che ha inghiottito decine di miliardi di risparmiatori e contribuenti.

Il risultato di ieri deve dunque far riflettere, non solo Renzi, anche Silvio Berlusconi, che oggi appare uno dei vincitori della competizione elettorale e pure il potenziale futuro alleato di Matteo Renzi.

Per quanto egli neghi, l’accordo per un governo di larghe intese dopo le prossime elezioni sembra il progetto da lui perseguito. Non si spiegherebbe altrimenti la ridiscesa in campo contro i grillini accusati di essere i nuovi comunisti. Un attacco che ha rischiato di mettere a repentaglio il risultato di Genova e non solo, spingendo gli elettori pentastellati verso gli avversari di sinistra o il non voto.

Comprendiamo le ragioni per cui sottobanco Renzi e Berlusconi si sono messi d’ accordo per l’ inciucio. Dalla somma dei loro eserciti entrambi trarrebbero benefici. Il primo tornerebbe a Palazzo Chigi, il secondo tornerebbe indirettamente al governo, ricominciando ad esercitare un ruolo centrale.

Tuttavia, visti i risultati di ieri il Cavaliere dovrebbe tenere in massima considerazione l’opinione degli italiani. Sappiamo bene che mal sopporta la leadership di Matteo Salvini e, nonostante le dichiarazioni tv, non crediamo accarezzi l’ idea di mandare il leader della Lega al Viminale o Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

E però gli elettori dicono che se il centrodestra resta unito vince, se si divide perde, proprio come un anno fa accade a Roma. Berlusconi vuole questo? Vuole cioè far perdere quella che un tempo chiamavamo Casa delle libertà e favorire Renzi? Beh, se questo è il piano, il Cavaliere dovrebbe ricordare proprio come finì nella Capitale. Della divisione del centrodestra non si avvantaggerebbe Renzi ma semmai proprio gli odiati i grillini.

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