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Marcello Veneziani: “Procediamo per fallimenti alternati”

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – Mettiamo da parte i vessilli e le tifoserie e proviamo a ricavare una lezione dai ballottaggi di domenica scorsa. Per cominciare c’è una regola che ormai vige da tempo nel voto: perde chi governa, vince chi non governa.

È una regola inesorabile che da 25 anni vige anche alle politiche e che ha trovato larga conferma in questa tornata. La sinistra ha perso quasi ovunque abbia governato, il centrodestra ha perso solo in alcuni posti dove era più forte e al governo (come Lecce).

Seconda regola confermata: decisivo, prima del voto, è il non voto. Non c’è tanto uno spostamento di voti da uno schieramento all’altro ma il risultato è determinato dall’astensione di una fetta crescente di elettori delusi o irritati dai partiti e i candidati che avevano votato finora.

Terzo punto, la sconfitta del centrosinistra è secca e nazionale, ma è un errore liquidarla come una sconfitta di Renzi; su quella disfatta ha pesato anche lo spettacolo di risse e scissioni della sinistra antirenziana.

Sul voto di domenica si è rovesciato il dissenso contro l’establishment e il governo in carica, la penuria di fondi in cui si dibattono le amministrazioni locali, il rigetto del renzismo pigliatutto e il rifiuto del rancoroso sinistrismo che spacca e divide ma sempre nel nome dell’unità.

E se permettete, pesa in modo speciale il politically correct avvertito come una negazione della realtà nel nome dell’ipocrisia ideologica: e la questione riguarda i migranti e lo ius soli, le polemiche sulla biosinistra che privilegia lgbt alle famiglie e i figli, e così via.

C’è un rifiuto largo e statisticamente confermato verso tutto il catechismo insopportabile del sinistrismo che impera sui mass-merda italiani e che viene somministrato da tutti i palloni gonfiati del sistema mediatico senza dissensi.

Dopo la sinistra c’è il caso dei grillini: l’esperienza negativa di Roma pesa, la forza della protesta vale fino a che i dilettanti assumono ruoli di governo e rivelano tutta la loro inadeguatezza. Ma il voto grillino, essendo una variante della scheda nulla o imbrattata con insulti, è irrazionale e può sparire e riemergere senza preavviso.

Infine, il centro-destra. Si, la lezione che tutti hanno sottolineato è che vince quando si unisce e si contrappone al centro-sinistra, anziché inciuciarsi. Va poi sottolineato che hanno ottenuto grandi risultati i candidati sostenuti dalla Lega e da Fratelli d’Italia e questo smentisce l’idea che sia il centro a trainare alla vittoria: vince l’intesa tutta, ma a partire da destra e poi da candidati “civici”.

Assai meno da candidati di scuderia moderata-centrista, ambigua tra inciucismo e bipolarismo. Perché appaiono alternativi alla pappa correttista e ai suoi papponi, ai demagoghi dell’accoglienza e della tolleranza verso tutti meno gli italiani, le famiglie, i contribuenti.

Qui però permettetemi una nota finale non euforica: il centro-destra vince, ha serie possibilità di affermarsi anche alle politiche, ma non mi pare affatto in buona salute, con un progetto serio e organico, davvero alternativo, con una leadership riconosciuta da tutti e una potenziale classe di governo adeguata.

È quel che resta del passato centro-destra, le sue uniche vere novità sono due ex-giovani di quell’epoca che oggi si affermano come leader televisivi, dico Salvini e la Meloni.

In Italia da tempo si vince le elezioni per demerito altrui più che per merito proprio, la qualità, il valore la credibilità non contano un tubo e la girandola premia random i Sala, le Raggi, le corti fiorentine, gli arrabbiati ingrilliti. E ogni tanto si concede una pausa politica provando con i tecnici che poi falliscono lasciando danni.

Allora l’Italia gioca il suo burraco politico mentre il governo dal braccino corto verso gli italiani, si svena e forza l’Europa per salvare le banche piccole ma con grossi debiti a causa di sciagurate gestioni.

E così andiamo avanti nella giostra dove meriti e colpe non contano un tubo, nessuno risponde di niente e i voti servono soltanto per confermare la drammatica altalena di un paese che procede per fallimenti alternati.

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