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“Delitti a fin di bene”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Ieri abbiamo scritto che, a furia di copiare B., Renzi ha convinto tanti elettori incerti del centrodestra che B. aveva ragione. Ma la berlusconizzazione del centrosinistra non inizia con Renzi e non finirà con lui. Già 20 anni fa Gaber temeva “non il Berlusconi in sé, ma il Berlusconi in me”. Sabato, su Repubblica, Michele Serra ha scritto cose che 25 anni fa avrebbe messo alla berlina su Cuore nella rubrica “Vergogniamoci per loro” – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 28 giugno 2017, dal titolo “Delitti a fin di bene”. Eccole: “Quanti pubblici amministratori finiscono nei guai non per disonestà, ma perché traversando gli ingorghi delle procedure passano con qualche semaforo rosso? Vale per Sala, vale per la Raggi, vale per tutti”, anche se bisogna procedere “caso per caso”. Insomma, se un amministratore infrange la legge con “qualche arbitrio procedurale per aggirare la burocrazia e ottenere scopi che ritiene utili per la comunità, senza alcun vantaggio personale”, non va condannato e neppure processato: “basta una sanzione amministrativa (blanda) che lo richiami alle regole”, perché “traversando gli ingorghi delle procedure” è inevitabile “passare col semaforo rosso”. Posizione molto popolare (o populista?), vista l’impopolarità non solo della burocrazia, ma delle regole tout court. Però non si vede perché i politici, cioè coloro che le regole le fanno e possono modificarle, andrebbero esentati “caso per caso” dall’osservarle, e noi comuni mortali no. E Sala e Raggi c’entrano come i cavoli a merenda: non sono accusati né sostengono di aver commesso reati innocui per aggirare la burocrazia.

La Raggi nega di aver abusato del suo ufficio nominando Romeo a capo-segreteria (nomina legittima per l’Avvocatura comunale, il Segretario generale e l’Anac di Cantone) e di aver mentito all’Anticorruzione assicurando di aver deciso lei la promozione di Renato Marra. Sala è accusato di falso materiale e ideologico per aver falsificato in casa sua le carte del più grande appalto di Expo (quello di 272 milioni per la “piastra” dei padiglioni), retrodatandolo di 13 giorni per sostituire in corsa due commissari incompatibili; e di turbativa d’asta per aver affidato senza gara, su pressione di politici, a un consorzio di vivaisti lombardi le forniture degli alberi già comprese nell’appalto della Piastra, senza scorporarne il costo di 4,3 milioni né fare un nuovo bando, e così aver impedito ad altre ditte che non avevano partecipato perché sprovviste di alberi di presentare offerte in concorrenza all’impresa vincitrice, la solita Mantovani. Che, dopo che i vivaisti puntualmente si ritirarono, fu reincaricata del “verde”, spendendo 1,6 milioni e incassandone 4,3.

Sulla Piastra indagava il pm Robledo, ma sul più bello fu esautorato dal capo Bruti Liberati: tutto regolare. Poi l’indagine fu avocata dal Pg, che invece indagò Sala e scoprì che l’appaltone era tutto un reato. Oltre ai due contestati a Sala, il magistrato ne contesta altri 11 a vari manager (scelti da Sala) e imprenditori: corruzione, altre due turbative d’asta, tre abusi d’ufficio, spionaggio informatico, ricettazione, rivelazione di segreto, omessa denuncia ecc. Altro che scorciatoie procedurali e passaggi col rosso. Infatti Sala si guarda bene dall’ammettere i reati e giustificarli con l’interesse pubblico. Ma c’è chi lo fa per lui: l’imprenditore ed ex governatore lombardo Piero Bassetti, in una strepitosa intervista a Repubblica intitolata “Abbiamo leggi arcaiche, lui (Sala, ndr) ha fatto il suo dovere. Il caso Raggi è diverso”. Ecco: la Raggi è una manigolda, mentre Sala un giglio di campo. Che sarà mai un appalto costellato di 12 reati, tra corruzioni, turbative d’asta, falsi, abusi e soffiate all’impresa che “doveva”vincere, con tanti saluti alla libera concorrenza? “Comportamenti che non mi sembrano in alcun modo criminali”, sentenzia il giudice Bassetti: a suo avviso, quelle che impongono di fare i bandi di gara perché tutti possano concorrervi e alla fine vinca il migliore sono “leggi arcaiche”, “criteri formalistici”. Dunque, se Sala le ha violate, ha obbedito al “dovere di un amministratore responsabile”. Come se avesse “sorpassato i limiti di velocità per salvare la moglie o il figlio”. Perbacco. Segue una bella confessione, tanto gli eventuali reati sono prescritti: “Se tutti noi avessimo dovuto rispettare sempre la legge, ora saremmo morti”. Apperò: se ai suoi tempi governava la Lombardia così, c’è da stare allegri. Insomma, per Sala (non per la putribonda Raggi), “non vedo condannabile l’amministrazione per aver fatto quanto emerge dall’accusa”. E viva la faccia.

Ai tempi di Tangentopoli avevamo le mazzette a fin di bene (le teorizzarono Craxi&C. e un leader di Cl), oggi nella “capitale morale” abbiamo gli appalti truccati a fin di bene. E stavolta a teorizzarlo è un guru della sinistra milanese sul primo quotidiano della sinistra.

Ora però Bassetti e Repubblica devono andare avanti e chiedere scusa a B.. Quando diceva che pagare mazzette alla Finanza era un’opera buona “non imputabile moralmente per evitare la permanenza di gruppi di persone che da quattro mesi risiedevano nelle aziende ostacolando il lavoro”, o che “Milano, negli anni 70 (quelli di Bassetti?, ndr), era un calvario, dovevi far passare le pratiche con l’assegno in bocca”, o che frodare il fisco era doveroso perché, “se lo Stato ti chiede più di un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato, è una sopraffazione e ti ingegni a trovare dei sistemi elusivi o evasivi che senti in sintonia col tuo intimo sentimento di moralità e non ti fanno sentire colpevole”, Repubblica e tutta la sinistra strillavano. Era Giuliano Ferrara a dire che “per governare bene si è costretti a violare le leggi”. E tutti, dall’altra parte, a stracciarsi le vesti. Oggi dicono tutti la stessa cosa, perché non c’è più un’“altra parte”. Sono soddisfazioni.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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